Tanto sarà che cammino per strada, lungo l’asfalto tra i bordi di
Roma, tra le macchine ferme e il verde dei pini, che mi fanno
contrasto col riflesso d’arancio. Perché tanto sarà che è un
tramonto d’estate, ed un vento sottile mi squarcia la gonna, ed un
fascio di sole mi schiaccia sul muro, come fossi un graffito di
un’anima piatta. Che senza spessore si lascia guardare, che senza
una forma si lascia gonfiare, per sentirsi più uguale al desiderio
degli occhi, perfetta al bisogno di chi a caso ci passa. M’immagino
eterea candida e bianca, con una macchia di rosso nel punto che
spara, dove schiudo le labbra frastagliate a corolla, come fosse un
schizzo d’un pittore che marca. Mi marca le mani i guanti di rete,
per essere pura se fanno la voglia, per essere intatta quando spunto
dal nulla, tra le foglie d’alloro e ricomincio daccapo.
Tanto sarà che dritta mi fisso, per essere un palo un albero secco, per i
cani che in coda aspettano il turno, e m’annusano dove è già passato
qualcuno. Sono maschi e li sento perché non fanno domande, se dentro nel
cuore c’è alloggiato qualcuno, se è per questo che sono e per questo lo
faccio, d’ingozzarmi d’odore ed illudermi tanto. Perché ciò che cerco è il
prossimo ancora, come fosse la somma a placarmi le membra, come fosse la
conta a fecondare la terra, che fertile sboccia i fiori dal ventre. Perché
tanto sarà che ognuno di loro, è fatto di casa, di promesse e lo giuro, ed
ognuno da solo è inganno e timore , di concedermi tutta e caderci di
nuovo.
Tanto sarà che poi viene la sera, e le macchine e i fari si fanno più
fitti, perché l’amore che conta non ha bisogno di luce, e non serve
davvero guardarsi negli occhi. Mi siedo precaria su un bidone di latta,
accavallo le gambe ed aspetto che il primo, ribolla il suo sangue
guardando i dettagli, di un velo che fruscia e mi sfina le gambe. Perché
tanto sarà che non siamo diverse, e sotto la gonna c’è l’identico spacco,
e quello che sono si percepisce dal gusto, dallo smalto che sfumo dal
ricamo che esce. Tanto sarà che mi metto a contarli, per sapere a che ora
stanotte poi smetto, e mostro le tette per dargli una mossa, e poi le
ricopro come gemme preziose. Perché tanto non conta che non sono rifatte,
che sono di carne oneste e più dure, perché basta la voglia di conoscere
quanto, si fanno obbedienti e si lasciano andare.
Tanto sarà che riprendo la strada, ed un tacco s’impiglia nella grata di
ferro, lungo la sera che s’oscura e mi vela, quest’antro di caldo nella
parte più buia. Mi metto a giocare col gancetto che spunta, mi raddrizzo
la calza per modo di dire, perché non c’è donna che si senta più bella,
dentro due occhi che inganna e che truffa. Perché tanto sarà che sono io
la notte, questi pali di luce piantati per terra, questi uccelli notturni
aggrumati sui rami, in attesa di un nido di carne di seno. E sfrontata lo
offro per essere parte, dell’intorno di case d’una fontana che scroscia,
di quel semaforo giallo che muto lampeggia, una macchina rara che si ferma
ed aspetta.
Mi guarda e riparte poi si ferma di nuovo, per saziare i suoi occhi e
dirmi per quanto, per un soffio di brezza che mi scoperchi la gonna, ed
essere certo che non porto mutande. Se fosse d’inverno sarebbe un peccato,
lasciarla in balia del freddo che ghiaccia, se fosse d’inverno ma è estate
inoltrata, e la offro alle voglie d’arsura e di sete. Perché tanto sarà
che farà il giro tre volte, un piccione che danza che fa cerchi per terra,
finché quello stretto lo attira e l’invoglia, proprio nel punto dove apro
le gambe.
Tanto sarà che mi rimetto a sedere, mi ritrucco le labbra per convincerli
ancora, che il sorriso che offro è il primo stasera, come luna che guardi
e ti sembra più nuova. Perché tanto sarà e lo sarebbe comunque, che non è
notte una notte senza un viale che corre, senza lo strascico sordo di un
tacco che struscia, una gatta in calore un barbone che dorme. Come dire
una luna un fioraio di notte, una fetta d’anguria mangiata all’aperto, tra
un cane al guinzaglio un uomo che corre, una puttana che batte non stona e
non stecca.