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Mi vedo riflessa dentro ogni sguardo che incontro, più bella di tutte le
volte che ci ho creduto davvero, vestita di bianco o d’arancio come se tra
le mie gambe trasparisse la luce, in controluce la parte migliore che
vendo, che offro impregnata d’odori che prendo. Sarà che ogni notte finisco dentro bordi che a malapena conosco, strade malsane bagnate d’avanzi, e m’inoltro tra file di maschi che mi danno le spalle e pisciano al muro, tra file di maschi che alzano gonne mentre un rivolo caldo gli insozza le suole ed i tacchi. Sarà che ogni notte mi domando perché diavolo finisco dentro questo budello, che nel sogno potrei essere da tutt’altra parte con una spiga di grano che m’aggrazia i capelli ed un cavaliere gentile mi porta tra i passi felpati d’un valzer antico. Cammino dentro questa notte che mi tinge di nero, che mi tinge mignotta senza uscire dal letto, accanto a questo uomo che dorme e che russa. E russa senza che discrezione le venga in aiuto nel sogno, senza curarsi che accanto c’è una donna che freme, che oscilla, signora e padrona della propria astinenza, di questi pugni che premono e m’arrossano il ventre. Cammino dentro questa notte che mi trasforma ogni volta, come se nei suoi buchi, di rifiuti e sporcizia, ci fosse quello che vado cercando, quello che di giorno mi fa ribrezzo e lo vomito convinta di schifo e disgusto. A quest’ora la luna è già alta e mi invoca e m’implora di fasciarmi di trama di seta, ed andare incontro al mistero che mi riempia almeno d’ansia e paura, se proprio di null’altro io fossi all’altezza. Mi rivolto nel letto e cammino dove la notte è più nera e m’avvolge più fitta. Dove la mia parte migliore si confonde con chi stanotte ha deciso di farmi ombra e calarmi le palpebre fino a ridurle a fessure. Mi sento guardata, derisa, scrutata tra le gambe, come una rosa dai petali schiusi, odorata fino a perdere profumo e fragranza che stasera copro fino dove è lecito farsi vedere, fino dove ogni sguardo trova impaccio e pudore. Lungo il parapetto corrono veloci le mie frenesie che, nonostante i timori, non riesco a fermarle e mi trascinano dove la notte fa paura al solo pensare di essere sola. Ma stanotte è una notte come le altre ed ho deciso d’inoltrarmi da sola, oltre questi vicoli che signora dabbene si sdegna soltanto a sentirne parlare, oltre quegli odori gonfi di muffa dove signora a modo si tura il naso con un fazzoletto di seta. Quest’aria gelida, che mi arrossa la faccia e mi gela e carica i trucchi, mi sfida a pensare che stasera sarebbe stato un delitto non seguire le mia smania che sotto la stoffa incombe e mi gonfia. Cammino con il fiato di fumo che si spezza nel petto ed esce tagliente misto all’incognita di cosa m’aspetta, al mistero di quello che cerco. Struscio questi tacchi che risbattono sul selciato, patinato di vapori e annerito dal fumo nero di cantieri navali, che nonostante sia notte si distinguono in lontananza. Le finestre delle case mandano urla incomprensibili. Sono litigi e canzoni che si mescolano, secchiate d’acqua sporca che schivo a stento. Ma mi sento bene e via via che mi inoltro mi lievita dentro, come le righe dritte di calze di seta che porto, l’orgoglio di essere straniera dentro questa periferia, tra queste mura scrostate dal mare e questi odori di fame. Un tassista clandestino mi offre un passaggio e mi dice di fare attenzione, che vestita in quel modo non c’è angolo che non odori di piscio, non c’è spigolo che possa prospettarsi tranquillo. Ma vestita in questo modo, io sono il faro che intermittente m’illumina, io sono la luna, fertile musa per tutti coloro che hanno deciso di sognare, che hanno deciso di passare la notte senza che venga più giorno, inseguendo l’odore di shampoo alla violetta dei miei lunghi capelli. Cammino scandendo profumo e fianchi fasciati di stoffa leggera che si svasa negli orli ed affonda le pieghe negli occhi di chi m’ha già conosciuta nel sogno. Lo vedo che mi domanda sorpreso cosa diavolo faccio a quest’ora da sola, cosa diavolo cerco senza un uomo che mi copra le spalle, per difendermi da questo vento che soffia, che maschio s’insinua sotto la gonna. Non avrei parole da offrirgli, se solo pensasse che sono in cerca di un uomo che mi soddisfi solo in mezzo alle cosce. Potrei dirgli che è vero e finirebbe poesia, potrei ammettere che ha solo ragione, e diverrebbe una prosa. E una femmina è femmina quando mente di provare piacere, ma è ancora più femmina quando gode davvero senza creanza, senza quel ritegno che di giorno la rende impenetrabile! Ma una femmina è femmina quando la si fotte fin sopra i capelli, quando mente e ragione s’aprono come una figa a questo maschio che stasera non avrebbe trovato di meglio. Vorrei dirgli che non basta riempirmi di carne e sbattermi contro questo muro scrostato, se continuo a pensare che, finito l’orgasmo, tutto ritorna al suo posto, che il mio sesso d’elastico si ricompone come signora che s’aggiusta i capelli. Mi fotta più della misura del suo pene, più di quanto il mio corpo ne possa contenere, mi spezzi il respiro quando cerco di riprendere aria e vada poi oltre, fino a farmi pensare che davvero non valgo che nulla, meno delle sue mutande che poco prima, sbadata, ho sporcato di rosso. Che mi faccia giurare che dopo non vedrò i miei figli, me lo faccia pensare davvero, me lo ripeta ossessivo, me lo ordini se la mia testa tentenna o il mio sesso si secca all’istante. Che mi tenga legata, annodata dai fili di questa follia, per tutto il tempo che non gli affiori la voglia, o che mi faccia bramare guardando il suo sesso mentre si rifugia stordito nelle alcove di altre. E se solo per un attimo lo credessi davvero, che schiava di sesso mi riservasse il destino, ringrazierei quel sesso che m’ha raschiato nell’intimo fino alle più remote ragioni delle mie membra profonde. Se solo per un attimo lo credessi anche dopo l’orgasmo, lo guarderei negli occhi per tutta la vita, finché luce mi permetta di non guardare nient’altro. Ma come posso spiegargli tutto questo! Come potrei dire a questa bocca che mi dà saliva e calore, di farmi credere puttana di sesso incontrato per caso tra le voglie di una notte qualunque. Non capirebbe cosa vorrei, proprio perché non lo sono, proprio perché questa notte svanirebbe all’alba dentro lenzuola che sanno di detersivo e digiuno. Come posso con forza gridargli che non me ne frega nulla della sua considerazione, che non sono qui per questo, perché l’uomo che ogni giorno mi dà valore ed importanza dorme e russa appena di fuori fa buio. Che mi prenda laddove mio marito non ha mai osato, mi scosti appena quel filo invisibile e faccia almeno finta, se la sua voglia è scemata, di volermi oltre il suo sesso spremuto. Mi faccia credere di desiderarmi ancora e per il tempo che basta al mio sogno, lungo questo viale che nel frattempo s’è affollato di uomini e di sessi che dritti m’additano e mi pretendono. Oppure si faccia da parte, subito e in fretta, e lasci il suo posto ad uno di loro, perché stanotte è dura davvero e le mie dita, che indugiano dentro queste lenzuola, non sono fluide e non sanno di maschio. |
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