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Non cerco pretesti, non li cerco davvero! Perché forse sarebbe stato lo stesso, perché anche con un marito accanto, in piena efficienza, che ti cerca nel letto come toro da monta, avrei fatto lo stesso, mi sarei vestita come ora mi appaio davanti a questo specchio nel bagno dell’ufficio. Se
solo mio marito sapesse quanto la stessa sua sorte m’ha reso ridicola,
comica agli occhi di qualsiasi buonsenso, che ogni sera m’imbarazza
quando mi rifletto allo specchio, e mi domanda ossessivo quale ragione mi
spruzza fiumi di lacca sopra questi capelli o mi guida la mano che affonda
il rossetto. Sono quasi le cinque di
pomeriggio ed oramai non è rimasto nessuno! Tutti di corsa hanno preso la
via di casa e la donna delle pulizie ha chiuso la porta lucidando
l’ultimo pomello. Ed io
sono qui sola, a conciarmi esattamente come qualcuno, tra poco, mi vedrà
entrare nella sua stanza, come le sue voglie, scritte sopra questo
biglietto, mi obbligano ad essere bella. E come un cuoco che dosa
ingredienti ed esperienza, seguo diligente queste istruzioni che stasera
mi vogliono senza pretese dalla cinta alle scarpe, ma che naufragano di
gusto e maniera con questo
seno in bella evidenza che nudo traballa senza il minimo tatto. Mi guardo ancora, di fianco e di
traverso, per trovarci un minimo di fascino, che forse è impiantato solo
nella sua mente, che mi vuole senza che ragione mi dia il consenso, senza
che il minimo motivo mi faccia risalire dal fondo dove sono precipitata. E’ vero! Sono in balia di
quell’uomo dalla testa ai piedi, in mezzo a queste tette che penosamente
dondolano senza nessuna eleganza, senza la minima dignità di illudersi
appiccicate ad un corpo con la parvenza d’essere ancora piacenti. E’
vero! Mi sono venduta una parte di me stessa ogni giorno alle cinque,
un pezzo di carne che via via è diventato corpo, sesso e cervello.
Tutta colpa mia, se ora il mio sesso non è da richiamo, non fa più
effetto per quello che vale, per quello che solo nella mia fantasia di
povera illusa ancora rappresenta. E’ solo colpa mia, se le mie parti
migliori me l’ha esplorate da cima a fondo, se, senza che avessi opposto
ritegno, il mio corpo ora non ha neanche un segreto, un angolo di sporco
dove lo straccio s’accanisce. E questo è il risultato! Peggio di una
bella di notte senza pudore e soldi che cerca di fare la giornata con
l’ultima corsa prima dell’alba. Se mi vedesse mio marito! Cosa
diavolo potrebbe pensare vedendomi senza un brandello di stoffa
che mi copra almeno la vergogna che provo, che gli faccia almeno
venire un dubbio remoto dove solo lui, credendoci, rischierebbe una mano
sul fuoco. Ma forse mi
conosce e sa che sua moglie ogni sera fa gli straordinari per portare a
casa appagamento, serenità che baratto sopra questa moquette marrone che
schiaccio e m’impolvera, e che lecco senza discrezione per farmi vedere
animale quando quest’uomo si sente padrone. Ma se fossi dentro un sogno
non chiederei che farmi imbottire di sesso perché di null’altro
ho bisogno, cinque maledetti minuti e senza parlare, magari vestita che
sto per uscire mentre scosto mutande e m’infilo il tesoro. Null’altro
che questo! Sono pronta, sto per uscire dal
bagno e mi rivolto cercando di scrutarmi con gli occhi di quell’uomo,
che seduto sulla poltrona di pelle da capo si sta pregustando questo corpo
vestito di sola obbedienza. Cosa proverà a vedermi senza un minimo di
mistero, a guardarmi dall’inizio esattamente come mi troverà alla fine?
Tutto scontato, con la sua voce che soffice e calda mi dirà di
raggiungerlo a carponi, di camminare come una gatta sui tetti che miagola
e strilla in cerca d’amore. Mi dirà che sono brava, che come moglie
sarei perfetta se non fossi così perfettamente uguale al desiderio che
ogni uomo prova solo quando sogna una donna. E quest’obbedienza lo
spaventa e lo disarma ed ogni volta va oltre per scovare nella mia faccia,
tra i miei occhi che contorno bluastri, quel disappunto che mai nel tempo
è affiorato, che neanche stasera ha indurito la mia ruga sinistra. Ma in fondo ha ragione! Giorno
dopo giorno il mio odore di femmina digiuna s’è fatto fumo inquinante,
alone gassoso che nessun orgoglio mai sopito di maschio poteva rimanerne
distante. Ed all’inizio sono rose e sono
sorrisi, inviti galanti dove non ci si sfiora neanche il respiro,
dove la ragione è sempre dell’altro. Ma stava cercando una cavia ed
alla prima occasione ne ha sondato il terreno, il punto preciso dove un
essere consapevole diventa vegetale, dove la sopportazione si trasforma in
esclusivo piacere. Stasera mi chiederà di chiamare
sua moglie e di avere un’aria professionale mentre mi lecca dove la
passione fa traballare la voce. “Il dottore arriverà a momenti.” Mi verrebbe da dirle che mentre parlo sto lasciando impronte
appannate del mio seno sopra la bella scrivania di vetro e lascio odori e
tracce di umido sulla sedia
di pelle che strofino come cagna in calore. Mi chiamerà con il nome di lei,
o quello di qualche altra collega che ha rifiutato i suoi servizi, gli
stessi che tra poco m’obbligheranno ad essere un’altra, magari bionda
come mai sono stata, fino a credere che questa folta peluria possa davvero
cambiare colore. E lo accoglierò da perfetta segretaria senza per questo
salire fino al grado d’amante, per poi scendere come grondaia che cola e
trattiene acqua piovana. Oramai sono sul corridoio e
scivolo impalpabile lungo le pareti di specchi che non riflettono il mio
seno ballare e dove non vedo queste gambe perfette che poco prima ho
fasciato di nero. E continuo a camminare con questi tacchi che non fanno
rumore, come se ai piedi avessi solo un banale paio di scarpe di gomma. Ma oramai non posso fermarmi, lo sento che batte lettere e
numeri sulla tastiera e ride e s’arrabbia al telefono. Apro la porta e
lo vedo più bello di quanto l’avessi pensato. Mi guarda, lo guardo.
“Buonasera Signora.” “Buonasera direttore, io vado … a domani.”
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