Ogni giorno lo incontro quando rincaso la sera, mi saluta cortese
dal giardino di fronte, oltre la rete mi ci fermo a parlare, mentre
lui annaffia i suoi fiori preziosi. Mi dice alle volte che ha visto
mio figlio, che è un bambino educato che saluta e sorride, e dopo la
scuola si mette a giocare, con l’amichetta del cuore vicino al
portone. E’ un uomo piacente quarant’anni passati, dedicati a una
donna persa nel tempo, al suo cane pastore rimasto fedele, a quei
fiori che cura come se fossero figli.
Mi fa piacere parlarci per qualche secondo, parlare del tempo del
traffico e Roma, che ormai è invivibile specialmente la notte, ci si
rintana di sera per stanchezza e paura, dentro case minuscole
lontane dal mondo. Ogni volta mi chiede se voglio ammirare, le sue
rose africane e i suoi ciclamini, che alla luce al tramonto sono
d’oro e d’argento, e magari di sera sono ancora più belle, se solo
volessi una cena di fretta, quattro salti in padella sorseggiando
buon vino. Lo vedo sorride: “Mi scusi se oso”, ma io mi imbarazzo e
cortese rifiuto, perché non vorrei che nascessero storie, voci di
dubbi di chiunque ci guardi.
A volte lo vedo e mi fa tenerezza, che se per caso gli concedessi un
momento, senza la rete e la siepe più fitta, i suoi occhi celesti
colpirebbero dove, il desiderio di anni fa vapore e condensa, e la voglia
di vedova è più forte e gremita, di sogni che a notte diventano veri.
Sorride e mi dice che ieri sera m’ha vista, in penombra in finestra con la
luce soffusa, il mio fiato s’ingrossa paralizzata lo guardo, aspetto che
parli e mi dica i dettagli, mentre mi volto e di scatto controllo, che
dalla finestra si veda ben poco. Sorride di nuovo ma mi tranquillizzo,
perché seduta al computer in penombra ed al buio, da qui può spiare
soltanto il soffitto, ed in piedi i capelli e forse la faccia, ma il resto
è un segreto che trattengo gelosa, e soltanto chi voglio ha il permesso di
farlo.
Ma arrossisco lo stesso e non tengo il suo sguardo, che ficcante s’infila
nelle mie incertezze, dico che è tardi che mio figlio m’aspetta, come al
solito la cena ed il letto da fare. Lo vedo che vorrebbe ancora parlarmi,
che indugia mi chiede ma poi ci ripensa, che sono tre anni che vive da
solo, che vorrebbe reagire se avesse una donna.
Lo guardo è un bell’uomo e mi sembra sincero, una sera di queste potrei
davvero pensarci, senza farmi vedere dai vicini e mio figlio, invece di
stare a casa di notte, seduta nel buio che chatto e mi sfogo, che aspetto
un incontro che mi cambi la vita. Ormai sono mesi che passo il mio tempo,
a parlare col mondo dei danni del cuore, e fra i tanti uno solo il
“giardiniere notturno”, mi riempie d’amore con parole gentili. Fra i tanti
uno solo che gli permetto da giorni, di vedermi le labbra e guardarmi più
oltre, dove il mento diventa poi spalle e fianchi, dove il cuore che batte
rifiata e poi gonfia, i miei seni in penombra lasciati alla voglia.
Mi dice che mai ha visto più bella, una donna che a sera si veste e si
trucca, come se fosse invitata ad un ballo di gala, e si mette le calze e
si lima le unghie, perché alle volte accavallo le gambe, e la mano risale
tra la trama di seta, fin sotto la gonna che s’alza di incanto, e non
resta che pelle che s’apre e che chiede, e lui di rimando mi incita a
farlo, a credermi bella regina del sogno.
Ed io mi accarezzo seguendo parole, che scorrono in fretta e sanno
d’amore, con i suoi modi cortesi che colano miele, e le promesse convinte
di incontrarmi una sera. Se fosse per me già avrei deciso, e lui che vuole
aspettare del tempo, non ci sono le basi per approfondire chi siamo, che
siamo due anime sballottate nell’aria, che un vento benevolo le ha fatte
incontrare, che le ha fatte gemelle con la voglia di sotto, ma sopra
rimangono dubbi e paure, che se non fossimo fatti l’uno per l’altra,
butteremmo alle ortiche queste notti di fuoco. Io non lo vedo non l’ho
visto finora, m’accontento e mi sazio di quello che scrive, parole di
carne ficcanti e precise, che colpiscono il segno e dopo mi arrendo, con
le mie mani e le dita che credo di un altro, e per ora mi bastano perché
ci sia la sera, per addormentarmi tranquilla e non sognare di notte.
Mi faccio chiamare Rosa d’Egitto, perché unica e rara coloro la notte, e
come un fiore che spunta in pieno deserto, mi vesto di petali d’organza e
di seta. Lui mi guarda m’adora e sorpreso si chiede, come diavolo è
possibile che nel buio più fitto, possa nascere un fiore così variopinto,
spuntare dal nulla e mostrare d’incanto, il candore dei seni il colore
degli occhi. Davvero non crede che sia vera e reale, perché lo faccio
senza nessun interesse, che la sola poesia possa appagarmi del tutto, che
il gusto del bello del contrasto di notte, possa fargli esclamare
meraviglia e sorpresa, come una rosa d’Egitto in pieno deserto.
Sapesse quest’uomo che ancora mi guarda, che quello che cerco è un sogno
per sempre, e non mi giudichi male s’è m’ha visto che chatto, che…
m’abbandono all’istinto dopo l’una di notte, perché si tratta di cuore ed
altro non voglio, che voglio rapire gli occhi la mente, ed il sesso
rimanga sopito nel tempo. Sapesse quest’uomo che altro non chiedo, e non
s’illuda se davvero m’ha potuta vedere, e che le mie tette non
appartengono a nulla, neanche ad un gioco più o meno perverso, perché non
basta una cena e le sue rose africane, non basta una notte per separarla
dal giorno.
E’ una prolunga perché venga domani, il desiderio infinito di ritrovare
qualcuno, che la sera t’ascolta senza vedere il suo volto, di raccontargli
le noie che ho avuto di giorno, che con mio marito era tutto diverso, ed
ora ho un figlio che studia e che cresce, ed io una donna che ha paura di
tutto. Perché il mondo di fuori è davvero cattivo, ed io sono un cucciolo
che ha bisogno di ventre, del calore materno della mia stanza in penombra,
e nessuno lì dentro potrà farmi mai male.
E mi tocco mi sfioro mi entro e poi esco, e lui mi dice parole sempre più
fitte, tempeste di sensi che fanno la breccia, nel lago di voglia che a
rivoli cola, e mi lascia alle spalle un giorno ormai sazio, ed uno domani
di vuoto nel cuore.
Oddio se ci penso se m’ha vista davvero, giudicherebbe altro ne sono
convinta, magari una donna che le piace l’amore, quando il cuore è lontano
e non rimane che carne! Come faccio a spiegargli che tutto ciò non è vero,
che si sbaglia di grosso ma poi cosa dico, se non sono sicura che m’abbia
vista davvero, anche se ora mi guarda e mi dice, che la sera da anni non
riesce a dormire, che guarda le stelle come se fossero tette, e la luna
più bianca un grembo di donna, che accoglie i sospiri di uomini soli.
Forse è un segnale ma lo faccio cadere, è tardi i letti la casa mio figlio
che ha fame.
“Buonasera Maurizio”
“Buonanotte Luisa”
“Allora mi rassegno sarà per la prossima volta? Per un tè a quest’ora o
una cena la sera.”
“Ah già quattro salti il padella!”
Sorrido, sorride.
“Allora io vado.”
Mi trattiene un secondo abbassando la voce.
“Sì l’aspetto di sera stanotte se vuole, quando nel mio giardino spunterà
la più bella, una Rosa d’Egitto che amo e che curo.”