Sarà che
stasera avresti voglia di uscire, sentirti padrona della notte che
cala, tra i pioppi che storti corrono al mare, tra il freddo di
fuori che punge e ti gela. Non chiedi altro che un fuoco vicino, che
ti scaldi le gambe per essere pronte, al primo che ha voglia di
sentirne l’odore, al secondo che indugia e fa il giro tre volte.
Alle volte ti chiedi
perché solo nel sogno, ti trucchi la faccia da ballerina di circo,
lasciando che il vento ti scoperchi la gonna, ed un uomo qualunque dia un
prezzo al tuo seno. Davvero ti chiedi cosa ti manca, per essere come una
moglie normale, senza che l’anima ti sbatta di notte, dentro cunicoli
stretti di melma, dove nutri i tuoi seni e nutri le gambe, nell’attesa
impaziente che sia quello il momento, quando un uomo qualunque abbassa la
lampo.
Oddio che volgare!
Diresti a Cecilia, la tua amica del cuore in cerca d’amante, ma poi ci
ritorni in quel sogno malsano, quando lo giuri che vorresti essere quella,
che batte vicino al tuo portone di casa. Ha le unghie scrostate e un
sorriso ingiallito, la calza smagliata e spalanca le gambe, per invitare
chiunque reprima lo schifo, di un rossetto che spalma per ingrandire la
bocca, finché capiente sia giusta per l’uso, ad ogni tipo di forma che
abbia voglia d’alcova.
Alle volte ti chiedi
cosa c’è nella voglia, di mostrare la tetta e farla ciucciare, come
coperta da un velo di panna, di fragola e zucchero e miele che cola, e lui
che ciuccia che stringe che succhia, perché non c’è di meglio di una
signora borghese, che batte la strada per sentire il rumore, del tacco che
struscia sull’asfalto di sera, fino a quando decisa giri di giorno, in
cerca di un posto che ti pare tranquillo. Alla fine non puoi che scegliere
un viale, di pioppi e castani che corrono storti, di una siepe che dietro
potrebbe servire, per maschi di fretta a passeggio col cane.
Torni a casa felice
pensando a cosa ti metti, che sia adatta a quell’ora dalle cinque alle
sette, in faccia al tramonto che ti colora le scarpe, e riflette il
metallo dei tuoi tacchi appuntiti. A pranzo ti senti sbadata e confusa,
tuo marito ti chiede se hai le tue cose, ma in realtà ti tormenti perché
non hai ancora deciso, se quella gonna leggera faccia scattare la molla,
di sesso e passione a chi ti vede di scorcio. Ti passano immagini dentro
la testa, ti passano vive quando offri le labbra, perché altro non vuoi al
primo incontro stasera, altro sarebbe davvero di troppo, per sentire
l’odore non serve aprire le gambe, cercarti quest’anima dalla porta
davanti.
Oddio se tuo marito
leggesse ciò che ti frulla, mentre addenta con gusto una fetta di carne, e
di fretta poi esce per tornare al lavoro, sicuro che oggi incontri le
amiche, a casa d’Ilaria per un compleanno.
Se sapesse che sotto
il vestito già indossi le calze, un corpetto di lacci che fibrillano
sesso, come un operaio che indossa la tuta, nell’ora di pausa per fare più
in fretta. Perché hai solo due ore per farti più bella, dirigerti dove hai
scelto di stare, solo due ore per convincerti ancora, che quello che
cerchi non lo trovi nel letto, puntuale da anni quando rimani in attesa,
dopo la cena ogni sabato sera.
Il posto che hai
scelto è una strada che corre, ci sbattono il muso se intravedono al
bordo, un mistero di donna che accavalla le gambe, che punta i suoi tacchi
per mostrare le punte, per alzarti di fretta al primo che frena. S’accorge
eccome s’accorge, che sei in attesa del primo cliente, perché un euro o
cento non fa differenza, se poi ti guarda e ne apprezza il contorno, se
quando sali ti dice che mai fino ad ora, ha visto una donna con due gambe
perfette, che quella trama di calza è troppo elegante, troppo costosa e
non batte all’incrocio, della strada che porta in pineta ed al mare.
Sono gambe di donna
che accavalli leggera, una gonna che sale fino al ricamo, sono cosce di
pelle che si schiudono al tatto, d’una mano che suda e lentamente risale,
fino nel punto dove è più forte l’inganno, perché quello che offri non è
un sesso slabbrato, sai di sapone e te ne vergogni, vorresti davvero
strusciarla ad un muro, impregnarti d’odori e mostrarla con vanto,
lacerata per sessi che non cercano attrito. Lui se ne accorge e ti chiede
un nome, perché troia sarebbe troppo e volgare, ma la sua mano la senti
eccome la senti, che ti stringe le maglie d’una calza di rete, che ti
stringe nel mezzo come se volesse tapparla. La senti eccome la senti, che
ti cerca nei posti dove non avevi pensato, perché mai tuo marito ha
inoltrato la voglia, dove il dito ad uncino ti scosta la seta. E tu
obbediente ti lasci toccare, e poi di nuovo ad accavallare le gambe, ed
intanto ti sfiori con la lingua le labbra, ostenti leggera un seno che
esce.
Oddio davvero ti
facesse provare, sotto la chioma di pini marini, in faccia ad un sole che
ti tinge d’arancio, cosa vuol dire un corpo di donna, senza che l’anima si
ribelli all’istinto, senza per altro dovergli giurare, che lo ami da
sempre perché t’ha fatto godere. Sei labbra e tette il resto non conta,
seno abbondante e unghie laccate, e fingi convinta che non è il primo
cliente, in anni ne hai presi un sacco e una sporta, e solo stasera non
basterebbe una gabbia, per contenere gli uccelli che volano bassi,
all’altezza precisa delle tue labbra più rosse. Ma lui non ci crede e gli
sembra un delitto, sprofondare in un corpo che sa di famiglia, come un
uomo maturo su una vergine intatta, come un uomo per bene che ora ti
chiede, quale ragione ti fa aprire la gambe, quale istinto la voglia di
sentirti un nonnulla. Ma tu ti ribelli perché non puoi accettare, che il
tuo primo cliente non ti tratti per come, ti sei conciata stasera per due
ore allo specchio, per due ore che ora sono inutili e vane, e stizzita gli
chiedi di riportarti nel posto, da dove t’ha presa con il fiato sospeso.
E’ un uomo per bene e
ti paga lo stesso, e vorrebbe incontrarti in un posto diverso, ma tu
rifiuti con rabbia e con sdegno, perché quello che cerchi sono maschi
diversi, che come nel sogno ti puntino il sesso, imprevisto e indecente
dove vibra la pelle, dove fa male e ti piace e ne chiedi dell’altro, senza
aspettare il sabato sera.
E torni testarda su
quello steccato, strusci il sesso su la corteccia di pioppo, t’impregni
dell’erba calpestata da cani, perché prenda l’odore di mosche e di muffa,
e copra il profumo di sali e di talco, l’indelebile odore di fica
borghese. Riaccavalli le gambe riscopri la gonna, e ripeti a memoria le
mosse studiate, rallenta una macchina poi un’altra si ferma, ti chiede per
quanto e pretende uno sconto, non lo vedi convinto ed apri le gambe, non
lo vedi deciso e mostri il tuo seno, perché i suoi occhi non abbiano
dubbi, perché questa volta non è consentito fallire, quando ti cerchi nel
silenzio di notte, quando ti sfiori con le dita più fitte, e tuo marito
che dorme ha il sonno leggero.