Sarà che stasera
indosso una gonna, a maglie più larghe perché s’intraveda,
l’infinito bisogno d’essere certa, che una femmina è femmina quando
percepisce nel ventre, la consistenza e i contorni dell’intorno che
entra, nell’unico senso adatto a sentire, l’anima dentro d’ogni
essere e cosa. Sarà che cammino in faccia al tramonto, d’una Roma
assopita distratta e deserta, sul parapetto mi mostro ed allargo le
gambe, per accogliere il mondo e goderne bellezza, per sentire la
sagoma dell’ombra dei pini, e dare una forma al cielo che rosso, mi
modella le pieghe del sesso che offro, in un rapporto di carne senza
uomo né donna
Perché non sono gli occhi
che danno misura, né il naso l’odore d’essenza, né le mani il concetto di
forza, come quando bambina assaggiavo ogni cosa, sentivo le forme
attraverso la bocca, di qualsiasi oggetto non bastavano gli occhi, ma il
palato la lingua per limitarne i contorni, come ora da grande non serve la
vista, per dare il profilo ad ogni cosa che incontro, quando sola per
strada mi lascio rapire, per sentirla più dentro quando chiudo le labbra,
per sentirne il vigore l’oggetto la forma.
M’allargo e mi chiudo
per non perdere nulla, ogni dettaglio che dà conoscenza, la convinzione
che sono parte del cosmo, che m’entra e riempie questo ventre scomposto,
come bocche di pesce che restano ferme, in attesa di un branco che viene
al contrario, si saziano e sfamano la voglia infinita, d’ingoiare ogni
forma della stessa natura, di acqua di mare di carne e di lische, per
espellere scarti e trattenere il bisogno, nel ciclo perenne che
arricchisce la vita.
Chissà che direbbe
chiunque passasse, che ha visto una donna farsi scopare, da questo
imbrunire che a strati colora, le cupole e i tetti d’una Roma che amo, che
sento e mi fotte in mezzo alle cosce, in un andirivieni di sensazioni che
a pelle, mi stipano il ventre e mi trapassano il cuore, come se davvero
non avessi più fondo, e l’anima tutta fosse fatta di vuoto. Sono gatti ed
antenne, sono vicoli e piazze, che a forma di sesso m’inzeppano il collo,
sono chiome di pini cupole e croci, che s’accalcano maschi e mi danno
misura, di quanto i miei occhi si fermerebbero prima, senza avvertire che
c’è un cuore che batte, in ogni cosa che vedo in ogni maschio che fotte.
A volte mi chiedo
quanto siano poveri gli uomini, che amano una donna dall’odore e dal
tatto, senza poterla avvolgerla dentro, comprenderla tutta e bagnarla
d’umore, in un orgasmo perenne che dura una vita, come un grembo di donna
recipiente e materno. Ecco ci sono! Mi sento madre del mondo, partorisco
ogni cosa che m’entra e trattengo, mentre gli uomini tutti che mezzo che
hanno, per sentire l’amore sentirselo dentro?
Gli rimangono i sensi
per nutrire la brama, la voglia infinita di farsi una donna, e farsela
tutta col sesso e la bocca, e farsela in piedi o carponi sul letto,
giudicando la forma l’obbedienza del culo, dal dietro che offre mentre
davanti si trucca, come se s’abbellisse per il proprio bisogno, la faccia
i capelli mentre si guarda, e lasciasse a quell’uomo la parte più sporca.
Tra poco riprendo la
via di casa, sazia respiro e gonfio il mio seno, contenta davvero che
anche stasera, ho goduto al tramonto su un parapetto di Roma, spargendo le
tracce del mio orgasmo infinito, sulla terra che nutro e feconda
l’istinto, come polline e ceneri trasportate dal vento, che si posano
sopra i tetti di case, d’altre femmine ora accovacciate nei letti, aperte
alla brama di un uomo di carne, mentre chiedono amore e lo reclamano
invano. Se solo sapessero cosa si prova, sentirsi l’anima in mezzo le
gambe, e spalancarla al bisogno dell’immenso che preme, dello spazio e del
tempo che si fanno misura.
Oddio che darei per
questo mondo che sento! Ogni volta a quest’ora mi strappa l’istinto, di
dipingermi il viso gli occhi le labbra, con i colori rossastri di questo
tramonto. Ringrazio il cielo di portare una gonna, sentire la brezza a
contatto di pelle, che sale dal fiume che viene da Ostia, e leggera
m’asciuga la voglia che imperla, le pieghe a conchiglia che non copro di
nulla.
Perché una femmina è
femmina se si lascia scopare, da tutto l’intorno che le preme nel mezzo,
perché il mondo è fatto di cose, di eventi e persone che s’accoppiano
sempre, divise nei ruoli di femmine e maschi, ma non è il sesso che
soddisfa i miei sensi, non è il sesso che decide la parte. Come farebbe
allora il vento ad essere maschio? Come farebbe il fiume ad entrarmi nel
ventre? E i tetti le case le cupole gialle, i gatti le croci le chiome dei
pini?