Stasera voglio
concedermi il lusso, di un dito di vino e un fritto di pesce, che
sia la mia sera e una cena che dopo, continui alla meglio oltre
questa terrazza, oltre Piazza di Spagna che vedo dall’alto, e solo
per questo dovrei pagare il biglietto. Indosso uno scialle di seta
leggera, e una gonna di fiori che m’arriva al ginocchio, e stasera
per vezzo ho raccolto il capelli, per mostragli il mio viso con un
po’ di rossetto, a lui che mi guarda senza averne diritto, perché
dopo c’è Roma una passeggiata in centro, e poi un taxi di corsa che
mi riporta diritta, dove oggi sono uscita in segreto, inventando una
cena con la mia amica del cuore.
Se sapesse mia madre
dove sto cenando stasera, su questa terrazza che lei conosce a memoria,
dietro una siepe di piante d’alloro, che mi copre dal vento e da occhi
indiscreti. Se sapesse davvero chi mi dice convinto, che mai fino ad ora
aveva visto l’incanto, che sono più bella con i capelli raccolti, che sono
più donna con un po’ di rossetto. Mi versa altro vino da una bottiglia
diversa, mi dice suadente di chiudere gli occhi, di sentire il velluto il
sapore di terra, di respirare profondo e gonfiarmici il petto, perché solo
di bocca sarebbe un peccato, che è come l’amore senza l’anima dentro,
quando scarno disseta il palato e l’arsura, ed il resto rimane assopito in
attesa.
Lo seguo obbediente
perché conosco la meta, diversa da quella che m’ha ripetuto più volte, di
volermi parlare di lui e mia madre, che dopo tre anni è giunto il momento,
di scambiarsi le fedi davanti ad un prete, di scambiarsi promesse per
tutta la vita. Mi parla di lei che è una donna di cuore, di ringraziare la
sorte ad averla per madre, che è forte sicura e m’ha fatto da padre,
quello che mai sono riuscita a vedere, e lei che per anni m’ha ripetuto
convinta, che era partito per un paese straniero.
Mi versa altro vino
ed accarezza il bicchiere, poi mi guarda sorride e piano sussurra, che
sono cresciuta e le somiglio nei modi, quando rido o sto zitta aggrottando
la fronte, quando cerco con cura qualcosa da dire, come il rosa di smalto
sulle mie unghie perfette, che in segreto nel bagno l’ho limate pensando,
se stasera davvero l’avrebbe notate. Gli fisso le mani e mi sembrano pale,
sono grandi da adulto per discorsi importanti, come ora le muove ed
accompagna la voce, come ora di nuovo accarezza il bicchiere.
Oddio ma davvero che
vado a pensare? Lui parla dei nonni che ancora non sanno, dei tanti
invitati e la lista di nozze, da un antiquario famoso che ha cose
stupende, proprio qui sotto dove la piazza s’unisce, dietro la palma di
via della Croce. Mi parla di viaggi di Berlino e di Londra, di donne dagli
occhi colorati di sabbia, dai capelli di grano ed il gusto di labbra, di
pepe e lampone che mordevano il cuore.
Mi prende la mano e mi sento svenire, perché ho sempre sognato di sentirmi
importante, accanto ad un uomo che cinge i miei fianchi, fasciati di nero
di seta che dono, a lui che ripete che a quarant’anni passati, incontrare
mia madre è una fortuna sfacciata, e ringrazia il destino per ciò che gli
ha offerto, la donna più bella in faccia alla terra. Guardo la strada la
Barcaccia i cavalli, sento da dentro l’amarezza che sale, più parla di lei
e più mi sento una bimba, come fossi vestita in tuta e scarpette, mi si
impacciano i gesti mi mangio parole, mi mordo le labbra e muta annuisco,
non gli dico che quando ho accettato l’invito, era tutto segreto e credevo
ben altro.
Invece eccomi qui a
sentire gli elogi, di lei come un polipo che arriva ovunque, che aleggia
stasera su questa terrazza , come un cielo pesante s’annuvola a cappa, ed
io esisto perché sono sua figlia, di una donna elegante ricca di dentro,
dall’animo nobile e le maniere gentili, che è bella che è alta ed io un
metro e cinquanta. Mi volto di scatto e lo fisso negli occhi, perché mi
scavino dove sento covare, l’anima in fiamme che ha bisogno di altro, di
altre parole che sarebbero adatte, a togliere terra nei punti più giusti,
a farmi sentire un germoglio che cresce. Se sapesse mia madre che sono tre
anni, che la sera nel letto dà corpo al mio sogno, un uomo maturo con un
viso perfetto, che come goccia somiglia a quello che ora, sorride e chiama
per intero il mio nome, senza badare quale brivido intenso, mi percorre
affilato lungo la schiena, che scambio e m’inganno per un colpo di vento.
Se lui lo sapesse
chissà se per ore, continuerebbe a parlare senza venirmi in aiuto, e
vedermi le tette con vent’anni di meno, che una camicetta le mostra e
maliziosa le copre, ed ora hanno freddo al vento che tira, e basterebbe
una mano possente d’adulto, per stringerle forte e scaldarmi laddove,
s’increspa e s’arriccia la pelle del cuore. Eppure dovrebbe intuirmi
dal tatto, da quest’emozione quando sfioro la giacca, che sono tre anni
interi che aspetto, che ho vissuto soltanto per questo momento, e sotto la
gonna c’è una miniera scoperta, una vena che porta dritta al tesoro, che
qualcuno finora ha visto soltanto, che nessuno da sempre s’è inoltrato lì
in fondo.
Continua a ripetermi
cosa ne penso, di lui e mia madre uniti per sempre, certo che voglio e lo
voglio vicino, come ora mi sfiora e mi dice se ho freddo. Oddio ci siamo
si toglie la giacca, e con un gesto d’adulto mi copre le spalle, sorride e
mi dice che è meglio rientrare, dentro seduti sul divano al coperto. Lo
guardo ed è alto e gli arrivo alle spalle, se s’abbassasse di poco
potremmo baciarci, ci provo e lo chiamo ma lui non capisce, e chiudo le
palpebre e socchiudo le labbra, se solo volesse sarei già pronta, ad
aprirle del tutto e sentire il calore.
Se solo volesse
sarebbe un incanto, con fuori le palme la Barcaccia e i cavalli, ma lo
sento lontano la sua voce mi chiama, ed io imbecille che lo credevo ad un
passo, ed invece mi dice che è tardi e mia madre, avrà fatto già il giro
di tutte le amiche. Mi guarda e s’accorge che qualcosa è cambiato, e pensa
e mi chiede se non sono contenta, il vino la cena la carne ben cotta, il
fritto di pesce come doppio secondo. Vedo l’impaccio nei suoi occhi
curiosi, che ora s’insinuano tra i miei lembi di seta, vabbè che non è
grande come quello di mamma, che all’apparenza non desta quei sogni, di
stringerlo forte e catturarne la voglia, che ora ribelle mi sfida e lo
sfido.
Chissà che darei per
rivedere mia madre, la prima volta con lui su questo divano, il vestito e
le scarpe e come è successo, se portava pesante il suo solito trucco, se
c’era nell’aria un non so di deciso, ed il resto è avvenuto senza forzare
la mano. Oppure ha dovuto mandargli segnali, come ora che fremo di fargli
capire, di non lasciarsi scappare quel dubbio ribelle, che ora lo vedo gli
imperla la fronte, e gli fa domandare se è lecito e giusto, se davvero
sarà che rimanga un segreto!
Lo so che ci vuole
almeno esperienza, che una donna intrigante non si inventa una sera, che
testarda ho voluto per bruciare le tappe, scegliendo la preda più
difficile al mondo, e sentirmi già donna prima del tempo, e sentirmi che
posso guardarmi allo specchio, truccando i miei occhi come fossi mia
madre, come fossi un’amante già femmina fatta. Quanti dubbi ho avuto prima
di essere pronta, prima che stasera salissi le scale, ma nei miei sogni di
notte non ci sono altre facce, né uomini veri che mi danno certezze,
d’abbandonarmi alle mani e chiudere gli occhi, per sentire davvero che
spicco il mio volo, che plano leggera per sentirmi importante, al primo
decollo dentro un cielo diverso, che tingo di rosa d’azzurro e sudore,
dentro il mio letto quasi tutte le notti.
Spero s’accorga che
ho bisogno di guida, che mi porti nei posti dove non sono mai stata, e
m’accarezzi la fronte quando sospesa, m’accorgo che sotto non c’è erba né
terra, non c’è madre che possa impedirmi stasera, e domani e per sempre di
non essere figlia, perché le mie gambe non sarebbero adulte, e le mie
calze soltanto un neutro stinto, che non danno l’idea che sotto la gonna,
il bordo finisce molto prima dei fianchi. Chissà se l’ha mai vista questa
trama che sale, e chissà se si è accorto a chi l’ho rubata, che sono
impacciata su questi tacchi che a spillo, prima in terrazza a momenti
cadevo.
Ripete ossessivo che
è ora di andare, ma si siede accanto e troppo vicino, sento l’odore
dell’attesa che incombe, il calore che stagna oltre la stoffa. Ha le mani
impazienti la cravatta slacciata, mi chiede se voglio qualcosa di forte,
mi porge un bicchiere e mi sfiora le dita, per un attimo lungo mi
s’intreccia il respiro. “Non lasciarmele ora, lascia che s’aggroviglino, e
ti diano l’essenza del calore che sento.” Ma sono pensieri che grido a me
stessa, chissà quanto è bravo ad ascoltare il silenzio, a recepire di
fretta che potrebbe osare, senza farmi domande sull’amore o quant’altro,
perché non mi serve e non gli serve stasera, sapere se il cuore batte o
sta zitto, sapere che voglio e lo voglio per altro, per sentirmi tra
un’ora più grande e già fatta, che accavallo le gambe e che sanno per
cosa, che sbottono la maglia con la mano più esperta.
Chiudo gli occhi e mi
sembra un accenno, un fiato che ora è umido e caldo, mi bagna le labbra mi
schiude la bocca, sa di buono ed è vero questo bacio che sento. Mi dice di
andare mi dice che è tardi, ma basta un secondo per sentirlo che freme,
che m’accarezza la fronte e la mano percorre, i capelli ed il collo fin
sopra il mio seno. Ma allora mi vuole, mi vuole davvero! Non potrebbe
toccarmi la voglia del seno, se avesse soltanto un sapore di figlia, se
non fossi la madre di un sogno che scoppia.
Eh sì che ora esplode lo sento che preme, mi dice che da tempo ci aveva
pensato, ma non credeva davvero come ora mi vede, senza più seta che copre
il mio sesso, senza imbarazzo come fossi un’esperta, che lo invita e lo
prega di sedarle ogni dove, s’annida e mi scalda quest’incoscienza,
d’esserci riuscita come avevo previsto. Ripete di andare ripete che è
tardi, mentre sboccio e mi schiudo e scivolo in terra, e lui che mi guarda
come un bimbo stordito, come se mai ne avesse viste di donne, che sotto la
gonna c’è una giostra ed un circo, come ora io insisto di non spezzare il
mio sogno, di tornarmene a casa e guardarmi allo specchio, e chiudere gli
occhi sospirando davvero, che sono una donna e lui solo un pretesto.