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Sono
qui su questa metro che trasuda d’odori di lavoro e mi chiedo cosa ci
faccio dentro questo budello che mi sta portando in un quartiere che
ufficialmente non conosco. Che ci faccio io in una periferia senza
lampioni, con i tombini che traboccano e l’acqua piovana mi sporca le
suole delle mie scarpe perfette. Se
solo volessi ne troverei un altro all’istante che cada ai miei piedi
come gli altri due che di sicuro a quest’ora contemporaneamente mi
stanno pensando. Un altro che mi dia la forza di scegliere o arrendermi
all’idea che nessun uomo può essere al pari di una donna. Se
solo volessi ci vorrebbe assai poco far cambiare in un attimo i pensieri
che girano stanchi dentro queste teste chinate. Mi guardano in tanti ma
non osano. Hanno le labbra e le mani calate da una lunga giornata, da
quello che a casa li aspetta. Se
solo volessi basterebbe una trama di pelle, un merletto sfrontato che fa
capolino da questa ingenuità malcelata per fargli scordare di colpo mogli
e bambini o qualche rata che scade e non li fa dormire la notte. Se
solo volessi basterebbe ancora di meno, un sorriso stampato negli occhi,
un guanto di rete che tengo nella borsetta, la parte più scura del seno
che fa gioco con l’ombra. Basterebbe davvero poco, farsi infilare due
occhi dentro questa sottogonna che timida esce ed ostento e fa più
effetto di qualsiasi vestito riposto in armadio. Non
c’è altro posto al mondo dove si concentrano sguardi, attenti ad ogni
dettaglio, ogni piccola mossa come bocche da fuoco o cecchini che ti
seguono pronti allo scoppio. Potrei prendere l’astuccio dei trucchi e
far finta di guardarmi allo specchio, magari allungare l’ombretto o
sparlarmi di rosso le labbra che di sicuro non ne avranno bisogno. Se
solo sapessero cosa si cela sotto questi capelli da parrucchiere, sotto
queste unghie perfette che ho vergogna a confessare rimane l’unica cosa
a cui tengo. Sto
andando in una casa, che non è la mia, che non è neanche una casa ma
solo una stanza che da anni mi ospita, dove l’acqua corrente arriva a
singhiozzo, dove il bagno è sul corridoio, ma per me vale più d’una
villa con quaranta servizi. La
padrona ogni volta mi scruta e sembra domandarsi cosa ci fanno due gambe
senza difetti coperte da calze velate che costano un occhio, come mai una
donna così bella si spreca ogni giorno senza futuro. Ma lei non sa che ho
un marito, lei non sa che sono madre di figli, zia di nipoti che li porta
ogni domenica a messa e questi momenti li vivo in assoluto segreto. Se
solo volessi vorrei davvero sapere se in fondo in fondo ha ragione, se
questa certezza che leggo nei suoi occhi mi fa tirare avanti e prendere
l’odore di fritto della sua cucina. Ogni volta m’invita per un
“bicchierino” ed io prontamente rifiuto. Ho paura che mi faccia
domande, che mi chieda cosa passa tra me e quel “bel giovanotto”
sempre discreto. Salgo
le scale e sento i suoi occhi incollati, mi sembra di vederla che scuote
la testa accorgendosi delle mie trasparenze, che s’asciuga le mani per
bene con uno stroficaccio credendomi persa e sciupata. Lui
lo vedo nei giorni dispari tranne la domenica, sono anni che rimaniamo
appesi ai nostri cerchi di fumo che si dissolvono nell’aria non appena
tocchiamo il soffitto. Anni che chiudiamo le tende, nonostante sia un
quarto piano, per paura che qualcuno ci veda o le nostre grida
travalichino balconi e ringhiere. Anni che mi lascia vestita per non
sprecare del tempo, che punto i tacchi sul battiscopa per non perdere
neanche un frammento di voglia, d’energia che dirompe e si concentra
nell’unica fessura che lo fa maschio e mi fa femmina. Sono
anni che mi concedo nelle ore dove altre donne preparano la cena, tanto
che in altri momenti del giorno il mio corpo non avrebbe un briciolo di
voglia, in altri luoghi sarei un fallimento. Sono anni che facciamo
l’amore senza parlare, il suo odore mi basta quanto il rumore di una
goccia che cade dentro un silenzio. Le
mie fantasie erotiche non riescono ad immaginare un amore che quello,
dalle cinque alle sette dentro una stanza in affitto, dalle cinque alle
sette che mi consuma la pelle mentre mio marito mi crede dall’estetista,
dal medico o in un qualsiasi posto dove la sua vigliaccheria non potrebbe
raggiungermi. L’amore
che mi offre è più di quanto potrei mai sperare, le sue braccia
capienti, le sue labbra materne sono più ammalianti d’un letto di fiume
tranquillo che mai ho tentato di cambiarne il percorso. Sapessero
questi uomini che mi guardano, quanta purezza ci trovo e mi sazia, che non
c’è legame che possa durare così tanto fino al punto di farmi battere
il cuore quando sono in ritardo. Loro non lo sanno che questa trama di
calza ha già un padrone, che questo seno che fa capolino non è affidato
al caso, ma al desiderio di quegli occhi che ora sul letto già mi stanno
guardando. E se sapessero che ho anche un marito? Che questo corpo che
vedono l’accoglie senza averne rigetto, li soddisfa senza che mai
abbiano avvertito la presenza dell’altro. A
volte mi domando quanto ancora può durare e mi viene un fremito solo a
pensare che questa potrebbe essere l’ultima corsa, l’ultimo metrò che
corre dentro il mio segreto infedele. Sapesse
mio marito che spartisco il mio ventre! Che non è solo la domenica dalle
cinque alle sette che mi faccio capiente. Ma credo che sospetti qualcosa,
specialmente quando nel sogno lo chiamo con un nome che solo io conosco,
quando nel letto rimango immobile e ferma ed aspetto, come un contadino la
pioggia, un piacere lontano. Mi
faccio chiamare come l’altro mi chiama, mi faccio baciare come l’altro
mi bacia per essere partecipe ed avvertirne la voglia che altrimenti
resterebbe incollata in quella parte di città dove ora sto andando. Lui
m’abbraccia e mi bacia, suda e mi ama come se fosse una lotta contro un
nemico invisibile, come se stringesse che niente non sapendo che invece mi
basterebbe un unico sorriso per scoperchiare la gonna e porgere il seno. Sapesse
quanta passione nei giorni dispari trattengo tra le mie gambe e quanto
possono essere remissive ed obbedienti appena sotto la gonna, quando la
calza si fa pelle, quando l’odore si fa aspro, quando l’attesa, una
forma di uomo che ti scava e ti incava e ti raggiunge nel posto dove di
null’altro ho bisogno. Nei
pomeriggi di domenica suda e s’accanisce e non capisce che l’amore
possa essere altro, che non posso sentirmi appagata nel letto dove ogni
notte ci dormo, dove ci leggo quattro righe di libro prima di spegnere la
luce. Davvero mi è strano pensare come posso lasciargli legare i miei
polsi a quella spalliera o che mi prenda nella stessa posizione d’un
cane che abbaia alla luna, una mucca all’ombra d’un tronco che geme e
si gratta. Che
magari mi faccia tenere anche le scarpe che servono all’anima per
sentirsi bucata, che mi prenda ancora asciutta contro un battiscopa, che
la smetta d’adorarmi e bramarmi e mi lasci sospesa a pensare che non
valgo poi nulla, che ce ne sono altre mille che fanno la fila con il seno
perfetto, che non mostrano rughe e non hanno ancora dolori. Difficile
pensare tutto questo dentro un letto dove ho partorito dei figli, dove
ogni giorno cambio lenzuola e il profumo d’ammorbidente è più forte di
qualsiasi odore di voglia d’amore. Difficile
pensare tutto questo dentro un metrò che mi porta diritta dentro
l’amore che poi non è amore, dentro una casa che non è una casa, tra
le braccia di un uomo che nemmeno conosco. Sento solo imbarazzo che
quest’uomo di fronte possa aver carpito i miei pensieri e davvero crede
che i miei seni abbiano già due padroni, due lingue, due bocche. Vorrei
dirgli che di niente dovrebbe essere certo tranne queste due gambe che ora
accavallo, questa trama di calza che strofino, per essere convinta che non
sia l’ultima metro che prendo, che anche domani altri occhi possano
farmi sentire più preda, come una bimba sopra gli scogli che recita
sottovoce filastrocche sentite da un amico più grande, come una donna che
aspetta l’onda che sbatte, che sente il risucchio dell’acqua ed un
vento s’infrange tra le sue gambe, dentro il regalo che uomini e uomini
considerano tale, tra il desiderio infinito di darla al mondo e tradire il
suo uomo per la stessa ragione che ora apro le gambe, che vado cercando
l’amore nel segreto d’una metro bollente, d’un paio d’occhiali da
sole. Anche
oggi lo troverò tra le figure di umido decorate sul muro, tra una padrona
di casa che mi offre un “bicchierino”, tra le ore di ieri che sono
passate da sole, tra i miei sogni che paralleli corrono a questo vagone. |
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