|
|
|
||||||||||||||||||
|
Non so perché stamattina mi ritrovo seduta su questo velluto, sono madre di figli, nuora d’una suocera che m’ama e m’adora. Se mio marito sapesse di quale alone m’ammanto nel lusso sfrenato d’un albergo del centro! Di quanto di vero c’è in quello che scrivo, che provo nel mentre una voce più spinta potrebbe trattarmi da semplice squillo! Potrebbe accadere ora in questo momento, davanti a quest’uomo come un normale cliente, che paga e m’appaga e svuota le tasche, e gonfia il mio orgoglio che mi lievita dentro. Per gioco mi ritrovo dentro lo sfarzo, d’un alone che sfuma i contorni, come un sogno che nasce quando si fissano gli occhi. Io scrivo novelle per una rivista di donne. Ho una rubrica di cuori ed ammazzo la noia. Finché questa mattina in cerca di spunti, mi ha preso la voglia di camminare sui tacchi, gli stessi dove danza Luisa, la mia eroina e femmina al bivio, d’essere amante come la luna, d’essere unica per tutte le notti. Potrei essere io stessa Luisa! La bella, stupenda Luisa a corto di fiati quando si spannano gli occhi, che gioca con gli uomini dentro la mia fantasia, che faccio giocare tra le righe sospesa, tra l’erotismo e l’amore, tra i m’ama e non m’ama d’un’alba che nasce. Tutto per caso quando sono entrata distratta, chiedevo solo una via d’un negozio di stoffe. Tutto per caso quando il portiere gentile mi ha scambiata deciso per una di quelle. Chissà, l’avrà letto negli occhi, nel seno che mostro per vezzo di donna, dove lascio affondare casualmente le voglie che discrete rimangono a distanza opportuna. Non ho fatto nulla per convincerlo d’altro, sono stata al gioco senza fatica ed ora mi ritrovo tra i lampadari di gocce ad accavallare le gambe e fare la parte, accanto a questo profumo di rosso di rosa, che invoglio chi già sa cosa vado cercando. Sento sotto la pelle un discreto piacere, e mi piace da impazzire essere unica e sola dentro due occhi che colano brama, che luccicano desiderio di prendermi ovunque, a costo di non riuscire a salire le scale, ad aprire la 114 in fondo a sinistra. Chissà se riuscirò ad essere all’altezza, femmina intrigante quanto Luisa, ma mi piace mi piace vedere quest’uomo, incollato che freme su quell’alcantara, che cerca illuso d’indovinarmi il colore, la stoffa la trama e se porto fiocchetti, d’ogni piega che ondeggia alla luce soffusa, d’una lampada liberty su un marmo venato di rosa. Non posso farne a meno mi sento imbambolata, assuefatta dalla mia stessa bellezza, da questo uomo che di colpo è diventato più niente di quanto non lo fosse prima d’entrare. Chi glielo dice a quelle di strada che far la puttana non significa darsi? Che la carne, la pelle non si vendono ad etti? Chi glielo dice davvero che sotto la gonna siamo uguali e non c’è differenza, siamo solo dei sessi per giunta bucati. Voragini nere per balie di feti, che lasciano all’uomo la voglia e il dovere, l’intrigo e l’impulso di riempirne l’assenza, il vuoto che chiamano istinto materno. Chi glielo dice che è proprio la gonna, il tacco che instabile preme, il laccetto che stringe la caviglia insolente, insomma la forma a farmi unica e rara, a far credere a quest’uomo che se ora volesse, che davvero nel mondo non ci sarebbe di meglio, se ora m’alzassi camminando leggera, lasciando uno squarcio dentro i suoi occhi. Ma io non mi alzo! Non ci penso nemmeno! Il portiere prenderà tutto il dovuto, tratterrà per sé il trenta per cento ed il resto affinerà la superbia di una donna di classe, di questa rosa che stringo in mezzo alle gambe. Oddio come sono bella! Sarebbe stato un peccato scriverlo soltanto, ora davvero capisco Luisa, la stupenda Luisa che in cerca d’amore si lascia sedurre dalla sua stessa bellezza, incurante al mattino di ritrovarsi da sola, dentro un letto disfatto e la signora che stira. Dentro questi occhi orientali, tra poco incapaci d’assorbire altra bellezza, cresce il vanto d’essere femmina rara, proprio come Luisa che passa le sere davanti allo specchio, ad allungare il trucco, il tempo il rossetto per ritardare il momento d’accogliere un uomo, d’accoglierlo tutto dentro il suo letto. Chissà se mio marito capirebbe quello che provo! Che tra le mie gambe c’è un buco di taglio che non ha bisogno di sesso, di materia che entra per rabbonirne le voglie. Chissà davvero cosa direbbe nel vedermi che ostento l’incavo del seno, che come un nido lo offro e come tana ci cullo il desiderio scomposto d’un uomo che chiede, che fissa e non sta più nella pelle. Eccolo! Tra poco si alza, lo vedo, lo sento che niente a quest’ora sarebbe importante, che solo una fica può riempire il suo giorno, che giudica solo dalla gonna che porto. Divarico leggera d’un niente le gambe perché cada di colpo l’ultimo impaccio, riaggiusto la calza la riga che sale per mostrargli evidente che conosco il mestiere, il lavoro che tra poco mi spetta se solo s’alzasse e domandasse al portiere quanto gli costa pronunciare il mio nome . Freme e il sudore gli imperla la fronte, gli ingobbisce le spalle, che già spioventi lo fanno più piccolo e basso. Eccolo s’alza lo seguo con gli occhi, va dal portiere e chiede e mi guarda, sicura che chiede se sono impegnata, e quanto possa costare una donna di classe, che seduta accavalla le gambe e mostra e non mostra il suo sesso spogliato. Parlando il portiere mi guarda, già l’immagino come m’apprezza: “Signore mi scusi, ma non è una professionista, dovrei convincerla a salire le scale. Ma se lei vuole, se ha desiderio posso provare. La vede come accavalla le gambe? La vede come socchiude la bocca? Sono gesti inconfondibili di una donna sposata, d’una signora per bene che non conosce il mestiere.” Li guardo e sono estasiata, sono io l’oggetto d’un uomo che sta vendendo la merce, il desiderio dell’altro che vuole almeno provare. Il portiere esperto gli porge la chiave, la 114 in fondo a sinistra. “Signore, lei vada e rimanga in attesa, io intanto cerco di fare il mio meglio, di convincere una signora normale ad offrire il servizio.” L’ometto sale ed il portiere mi fa un cenno d’intesa. Oddio, ma è vero! Il mio primo cliente, la mia prima scopata, fuori dall’odore di casa, del letto, unico e solo che mi ha accolto finora. Il portiere sorride e con due mani fa segno che sono seicento. Oddio, ma davvero? Non riesco a crederci che le mie gambe abbiano fatto l’effetto, scardinato la voglie fino a spogliare le tasche d’una voglia che ora m’aspetta, che ora mi brama al piano di sopra. Chi se ne importa se è piccolo e brutto! Se pelato mi bacia e risale le gambe. Chi se ne frega se per amore potrei trovare di meglio. Io vivo in una villa stupenda a due passi dal mare, lavoro per hobby ed uccido la noia. Ma ho bisogno di quei soldi, spalmarli sul viso come fossero crema, accarezzarmi le cosce per catturarne l’odore. Ho bisogno di dare sostanza all’emozione che offro, di farmi comprare come una mela, che luccica bella sopra un banco di frutta. Luisa non l’avrebbe mai fatto! Lei si dà per dare corpo all’amore, carne e materia che entra ogni notte, che all’alba poi esce allargando quel vuoto. Ma io non sono Luisa! Sono la scrittrice che muove le sue voglie, che ora si bagna al solo pensiero di salire le scale. M’alzo, sono pronta, decisa. Sento i miei tacchi che vanno all’amore, ad appagarsi per il gusto di farsi guardare. Chissà se s’accontenta di poco? Se dovrò spogliarmi appena mi vede o lasciargli il piacere di sciogliere il fiocco, la lampo, il bottone, il gancetto che scoprano in parte una femmina pronta a calarsi mutande se almeno l’avesse. Ma io non conosco i tempi, la durata per dirgli che il tempo è scaduto, per dirgli: “Su amore, fai in fretta, qualcuno m’aspetta.” Salgo le scale, mi s’ingrossa il fiatone. Sono una scrittrice di sesso non posso avere timori! Alzo le spalle per ingrossare il mio seno, per offrirlo decisa appena apre la porta. Salgo le scale: “Ma davvero lo sono? Come dire … mignotta.” Nessun’altra parola mi darebbe l’effetto, l’essenza di quello che faccio. La ripeto, la giro dentro la testa, l’allungo, l’accorcio per esserne certa. La 114, in fondo a sinistra, mi sento pesante e leggera ad ogni passo un pensiero diverso: “Certo che posso, che sono all’altezza!” Ne ho descritti a migliaia di sessi a parole, ed ora non resta che provarne il piacere, come Luisa quando la faccio gridare, distesa nel letto o in ginocchio nel bagno. “E se vomitassi, quando gli lecco il sudore?” Ma ora sto volando decisa m’affretto, consumando i passi di questa moquette. Ora sto danzando, perché davvero lo voglio, 114 busso, tra poco mi apre. Guardo in alto e fisso la porta. Chissà se è nudo o mi darà il tempo di riprendere fiato. Ecco, lo sento, sento un rumore. Il pomello che gira, mi apre. Abbasso gli occhi ed entro. Chissà se mi vede ancora più bella, o la luce che entra mi smussa le forme e m’appiattisce il seno e mi rende insicura. E se ci avesse ripensato, se ora cafone dicesse: “Mi scusi, ma mi ero sbagliato?” La stanza è grande, piena di luce, non ho il coraggio d’alzare lo sguardo. “Signora, la stavo aspettando.” Sento una mano sopra il mio fianco. Alzo lo sguardo. Oddio è nudo, nudo, dai piedi alla testa. S’avvicina e mi toglie la giacca, mi guida verso il letto, mi metto seduta. Sono impacciata, devo fare qualcosa, ma sento l’odore della sua voglia che sale. S’avvicina e mi sfiora le labbra, poi scende e mi bacia il collo ed il seno. Come lumaca lascia una striscia durante il percorso, come un cane s’accuccia per scendere ancora. Ora è in ginocchio davanti ai miei tacchi, come un verme li lecca, l’appanna e li succhia. Ora risale e si concentra nel mezzo, dove prima cercava di indovinarne il colore. Non ce la faccio, non resisto all’idea che tra poco il suo sesso farà lo stesso tragitto. Ora scoppio, mi do della scema, della masochista in cerca di schifo, sensazioni che smuovono il ventre e risalgono acide dentro la bocca. Lo guardo di nuovo, non ha nulla che possa invogliarmi, turare il naso, la bocca per sopportare la vista d’un essere informe invasato di sesso. Come ho pensato di sentirmi più bella? Come ho potuto credere che tra puttana e scrittrice non c’è differenza? Eccolo, lo sento! Mi chiede se sono sposata. Oramai non demorde. Mi spoglia e mi copre, mi stringe e mi tocca. Il suo sesso mi cerca mi preme mi sporca, invasato dal gusto di farsi una donna e farsela tutta distesa e in ginocchio. Lo bacio per ritardare il momento. Chissà se si è accorto che provo ribrezzo, che in bocca si forma dell’acqua simile a sputo? Mi sta schiudendo le labbra, si diverte a seguirne il contorno per entrare tra poco di colpo e sentirmi almeno gridare. Oddio che pazza che sono! Davvero oggi non avevo altro da fare? Accompagnare a scuola i miei figli o restarmene a letto fino all’ora di pranzo! Lo sento ansimare, sussurra mignotta. Ecco, l’ha detto, ora davvero lo sono! Davvero lo sento che entra, che preme, che scava, che sale, che sale fino al cervello, che mi blocca la penna e rimango sospesa a pensare che se fosse un racconto lo ricomincerei daccapo con un uomo stupendo. Se fosse un racconto… Rido e mi desto, che scema che sono! Tiro il fiato e sorrido, ma un dubbio rimane pensando a Luisa costretta a subire, a sopportare la mia voglia di farmi del male, di provare a capire qual’e il punto preciso dove l’umiliazione diventa piacere, dove l’insulto un godimento perenne. |
|||||||||||||||||||
|
|