LiberaEva

LA MUSA

L'albero di fico

Sarà quest’inverno che piove da sempre, che mi fa ritornare da mia nonna da bimba, tra i sentieri di fratte di funghi e lumache, ed un sole spaurito che filtrava tra i rami, ed io ero attenta a non sporcarmi le scarpe, per via di mia madre che m’avrebbe sgridata, perché erano bianche lucidate a bianchetto, la domenica presto sul davanzale di fuori.

Sarà questa pioggia che stinge quei muri, ed io battevo con forza la mano contenta, e gridavo convinta tana libera tutti, credendo bastasse un cielo e una mano, per toccare con un dito l’azzurro più intenso. Credevo che il mondo non fosse altro che un sogno, che finiva al mattino tra il dormiveglia nel letto, di ferro battuto dipinto marrone, e le coperte di lana e la stufa di cotto.

prec.

indice libro

13

 

Credevo che il mondo fosse tutto lì dentro, tra i rumori in cucina e l’odore di latte, nella stanza che dava a valle sull’orto, con i rami del noce che entravano dentro, che sarebbe bastato allungare una mano, per raccogliere i malli verdi d’ottobre.

Sarà che ricordo di quella casa ogni punto, i disegni gli stipiti la carta sul muro, che ogni tanto per rabbia ne staccavo un pezzetto, e poi l’odore di muffa e di erba murana, che saliva dai vicoli  ammattonati e consunti, i suoi pianciti corrosi smembrati e sconnessi, mi rinnovavano il sentore della vita e la morte, di quanto effimero fosse lo scorrere in fretta, delle stagioni e del tempo da quel giorno per sempre.

Sarà che la notte la vedevo più nera, quando al tramonto m’attardavo nel buio, e giocavo a nascondermi tra la siepe più fitta, e mia madre da casa mi chiamava a gran voce. Come vorrei risentire quel freddo, quando zuppa correvo per ritornare nel grembo, ed essere sgridata per via dei malanni, che puntualmente prendevo con trentotto di febbre.

14

home

succ.