| |
|
LiberaEva |
|
LA
MUSA |
|
L'albero
di fico |
|
Sarà
quest’inverno che piove da sempre, che mi fa ritornare da mia nonna
da bimba, tra i sentieri di fratte di funghi e lumache, ed un sole
spaurito che filtrava tra i rami, ed io ero attenta a non sporcarmi
le scarpe, per via di mia madre che m’avrebbe sgridata, perché erano
bianche lucidate a bianchetto, la domenica presto sul davanzale di
fuori.
Sarà
questa pioggia che stinge quei muri, ed io battevo con forza la mano
contenta, e gridavo convinta tana libera tutti, credendo bastasse un
cielo e una mano, per toccare con un dito l’azzurro più intenso.
Credevo che il mondo non fosse altro che un sogno, che finiva al
mattino tra il dormiveglia nel letto, di ferro battuto dipinto
marrone, e le coperte di lana e la stufa di cotto. |
|
|
|
|
|
Credevo
che il mondo fosse tutto lì dentro, tra i rumori in cucina e l’odore
di latte, nella stanza che dava a valle sull’orto, con i rami del
noce che entravano dentro, che sarebbe bastato allungare una mano,
per raccogliere i malli verdi d’ottobre.
Sarà che
ricordo di quella casa ogni punto, i disegni gli stipiti la carta
sul muro, che ogni tanto per rabbia ne staccavo un pezzetto, e poi
l’odore di muffa e di erba murana, che saliva dai vicoli
ammattonati e consunti, i suoi pianciti corrosi smembrati e
sconnessi, mi rinnovavano il sentore della vita e la morte, di
quanto effimero fosse lo scorrere in fretta, delle stagioni e del
tempo da quel giorno per sempre.
Sarà che
la notte la vedevo più nera, quando al tramonto m’attardavo nel
buio, e giocavo a nascondermi tra la siepe più fitta, e mia madre da
casa mi chiamava a gran voce. Come vorrei risentire quel freddo,
quando zuppa correvo per ritornare nel grembo, ed essere sgridata
per via dei malanni, che puntualmente prendevo con trentotto di
febbre. |
|
|
|
|