M’immergo nel verde di questa Roma ruffiana, tra le foglie rossastre in
tinta perfetta, col sole che muore al di là delle chiome, e la mia gonna
leggera di mezza stagione.
Il parco di fronte è umido e freddo, l’odore di resina e di muffa
m’avvolge, mentre scendo le scale precaria sui tacchi, e sento il rumore e
mi piace scandirlo.
Perché sa di donna e d’ottobre che arriva, di ghiaia al tramonto e di
vento che filtra, perché sa di me e di lui che mi guarda e mi segue, tutti
i giorni a quest’ora quando la luce si vela.
M’insegue discreto come se non ci fosse, come se fossi sola in questo
viale d’autunno, e lui un’ombra che appare e scompare nel nulla, tra le
siepi più fitte e gli alberi sparsi.
Rimane a distanza silenzioso e leggero, fino a che non mi siedo su una
panchina che guarda, le terrazze ed i tetti e i tanti gatti di Roma, ed io
che mi faccio rapire dal sogno.
Perché lui sa che poi non riesco, ad esser l’altra che la vita m’ha dato,
che fa la spesa al mercato e sceglie bene la merce, che lava i piatti la
sera ed imbocca suo figlio.
Perché lui sa che mi lascio rapire, da questa figura di donna un po’
triste, un po’ decadente se m’è permesso di dire, quando prende i suoi
trucchi e si guarda allo specchio.
Poi fisso e rifisso un dettaglio qualunque, un vaso di fiori, una
filippina che stende, un uccello sparuto che è indeciso da sempre, come me
che dubbiosa ci penso due volte.
Se levarmi il cappello e liberare i capelli, od alzare d’un niente la
veletta che porto, per fargli notare quanta cura ci metto, a disegnare la
riga che contorna le labbra.
A spalmarmi quel tono di rosso perfetto, per farlo impazzire quando spreme
i tubetti, e mischia i colori per rifarlo più esatto, al tono che sfuma e
schiude al sorriso.
Appena un accenno, un niente dabbene, che s’increspa laddove un ricordo
più forte, mi trova bambina e poi più adulta, a contare le stelle che non
sono cadute.
Lui non dice e non parla perché mai l’ha fatto, perché mai m’ha detto
nemmeno buongiorno, si mette a tre metri ed alle volte più indietro, per
scovare la luce che m’aggrazia le forme.
Ed io che mi alzo e faccio due passi, e mi aggiusto la calza e la riga più
dritta, e poi mi risiedo ed accavallo le gambe, e dondolo il tacco per
simulare l’attesa.
Ed io che mi m’immergo come fosse uno studio, un atelier sulla Senna tra
le tele d’organza, che immagino rosa che immagino bianche, e mi giro di
spalle e raccolgo i capelli.
Sono nuda ai suoi occhi lo vedo che freme, che schiara i colori per
cogliere oltre, come se il mio vestito non fosse che niente, e l’anima
tutta arrossata al tramonto.
Lo vedo che freme ed a volte mi illudo, che non sia solo Arte ma qualcosa
che nego, e testardo lui fissa quel desiderio alla tela, che dentro uno
specchio sparirebbe per sempre.
Alle volte m’illudo altri giorni ci credo, che un niente, un nonnulla
possa cambiare, il tempo, la vita, questo vento che soffia, e gioca
indiscreto con la mia gonna che danza.
La vedo che s’alza e obbediente s’increspa, la vedo che sale e la lascio
salire, ma è un attimo appena che lui non ha colto, o il vento più saggio
s’è arrestato di colpo.
Perché io sono la modella e lui il pittore, che ogni giorno da mesi mi
ritrae più bella, finché il sole sparisce dietro le chiome, e la filippina
finisce di stendere i panni.