Di sfide ne ho fatte
fin da bambina, quando da sola col fiato sospeso, m’accovacciavo a
carponi lungo i binari, e scoprivo le gambe e m’alzavo la gonna. Era
un fremito intenso ribelle e impunito, perché sapevo che non m’era
concesso, era un segreto che covavo nascosto, tra le mie gambe
scomposte e insolenti, che s’aprivano ad ogni fischio distante, che
veloce avanzava perdendosi oltre. Che importava se era un locale o
diretto a Parigi? Mi bastava che fosse pieno di gente, che sguardi
che occhi mi vedessero dove, sentivo vero un istinto bollente.
Ora quel treno lo
prendo ogni giorno, guardando il mare che scorre dai finestrini, lungo le
onde di carezze vicine, della mia mano ammiccante che sale che sfiora, le
pieghe di luce intermittenti dell’alba, la pelle del seno che bianco lo
offro, che sfrontato mi preme e dà forma al vestito. Dietro i miei
occhiali neri rinasco ogni volta, punto il mio sguardo fisso di fuori,
lungo quegli alberi che si rincorrono storti, mentre accavallo le mie
gambe più dritte, per essere bella unica e rara. Come signora che
s’incipria la faccia, dentro uno specchio impolverato di rosa, di luce che
gioca e fa solchi con l’ombra, da dove vedo quello che offro, quello che a
caso mi lascio guardare, proprio nel punto dove scoprivo la gonna, dove
dai vetri riconosco le case, i pali di luce che corrono contro, una bimba
sfacciata che mostrava le gambe.
Poi a caso un’ombra
qualunque, si siede accanto e mi sfiora la mano, e non capisce perché mi
lascio guardare, senza conoscere almeno il suo nome, o dove sta andando a
quest’ora dell’alba, senza una borsa una valigia una giacca. Gli viene
naturale allungare una mano, slacciarmi il vestito scoprire il mio seno,
strofinarlo sul viso sul naso la bocca, e morderlo ingordo goloso e
cattivo, come da bimbo per sentirne il possesso, come da grande per averne
ragione, per vederlo obbediente che si lascia aspirare, tutta la voglia
che fa sudore e condensa, tutto il piacere che fa brividi densi, come in
un sogno quando tutto è concesso, che sia di moglie sorella o d’amante, e
l’uomo che succhia ha solo una bocca.
Per un momento mi
guarda e lascia la preda, come un cane che crede d’avermi fatto dolore, e
si pente e si scusa dentro attimi lunghi, vuoti distanti dove si perde
l’incanto, d’una donna che chiede senza aprire la bocca. Ma lei afferra
entrambi i suoi seni, per non farlo distrarre per fargliene dono, ed
ancora e di nuovo lui li prende li lecca, per sentire il sapore di femmina
calda, che scende e risale poi indugia e risucchia, nell’infinita ricerca
di farla godere.
Sento il suo respiro
intorno al piacere, baci umidi e soffi di pelle increspata, baci di bocca
che arrivano in fretta, di lingua che a tratti si ferma e riparte, e
m’asciuga e mi bagna in un incredulo giorno, che nasce e poi muore dentro
questo vagone, di stazione in stazione d’odori e di pieghe, sotto il mio
vestito di foglie e di fiori.
Vorrei dirgli… ma che
dico? Come potrebbe capire una donna, che da bimba scopriva il tesoro e la
gonna, ed ora si lascia sgualcire le labbra, spostare la cinta che
stingeva i suoi fianchi, per liberarla di quello che è pronta ad offrire.
Intingo le dita dove mi schiudo e mi sfioro, le infilo più in fondo per
coglierne il succo, l’essenza che mi fa battere il cuore, d’una bimba che
corre insieme al suo cane, lo stesso profumo d’erba e calore, lo stesso
fastidio d’ortica e mia madre, che chiamava distante il mio nome nel
vuoto.
Sussulto e gli offro
le gocce più dense, lui mi guarda e fa per aprire le labbra, verrebbe da
dirgli che lo sono davvero, una ninfa di grazia una troia volgare, un
regalo che viaggia su un treno all’alba, che porta al mare e mi porta
distante. E’ mattino troppo presto per sapere se piove, per cogliere il
sole tra le chiome dei pini, dentro le case che si svegliano piano, che
corrono svelte dai vetri del treno. Ma io ho già tutto il calore che
voglio! Lui mi lecca mi bagna sopra le dune, sopra la sabbia vergine e
intatta, che bello che voglia lasciarle l’impronta, di due giovani amanti
vestiti di bianco, che fanno l’amore senza cercare un po’ d’ombra, e lui
urla la tocca e le strappa i capelli, come il vento che tira e fa la ruota
alla gonna.
Chissà se è sposato
se ha dei figli già grandi, se stamane ha lasciato una donna nel letto, se
sopra questo treno ci passa mattine, e poi pomeriggi al ritorno più
stanco, pensando ai risparmi che non bastano ancora, per una casetta col
giardino sul fiume. Chissà se ha una figlia che si lascia baciare,
accarezzare dal vento che asciuga le pieghe, immonde di sera dentro quelle
preghiere, dove giuravo sincera e convinta, che un altro tramonto non
m’avrebbe trovata, a spalancare le gambe al mondo che corre.
E’ bastato che mi
guardasse, che uno spicchio di gonna s’alzasse. L’ho fatto apposta lo
giuro per cogliere l’attimo, per spalancargli quegli occhi che sanno di
mare, sanno di more di lamponi e di spine, che graffiano i seni e
m’arrossano il ventre, e sanno di campo dove la terra m’avvolge, ed il
grano mi copre e mi solletica dentro. Avrà gli stessi miei anni, la stessa
incoscienza di fare l’amore, in questa carrozza di polvere e sporco, che
ora si ferma e salirà altra gente, odori diversi che sanno di case, di
latte e caffè e dopobarba da poco. Ma ora siamo soli e nessuno s’è visto,
un treno per due come un letto di casa. Ora mi spoglia la gonna le scarpe.
Oddio mio, sono nuda!
E se venisse qualcuno? Vedrebbe una bimba che recita a mazzi, canzoni che
al tempo non avevano un senso, ed ora sanno di prostitute e signore, che
donano rose in mezzo le gambe, che offrono latte a piccoli sorsi. Ora ha
fretta mi prende. E’ proprio così che volevo e lo voglio, così che si
prende una donna che s’offre, quando lungo la fronte si staglia la voglia,
lungo le labbra si sborda il contorno! Sarò indecente chissà cosa vede, il
gonfiore degli occhi stropicciati dal sonno, ma giuro che la prossima
volta mi vesto e mi trucco, mi lavo i capelli col sapone di viole. La
prossima volta? Che dico? Lui è l’attimo che consuma un ricordo, un lampo
nel cielo che t’acceca la mente, una bimba insolente che scopre le gambe.
Lui non esiste c’è solo l’odore, un’ombra che tra poco mi scopa, un
impalpabile niente duro nel punto, che riempie la pelle e sazia l’istinto.
Ora lo sento sono
morbida dentro, chissà se riesco a farlo felice, se davvero sono culla per
l’amore che dice, per il sesso che sottovoce lo chiamo, col nome volgare
che il desiderio m’impone. Sento il suo respiro farsi più corto, per
istinto allunga le braccia e dice ti amo, e tocca mi tocca senza creanza,
ancora stordito d’aver trovato due gambe, che docili s’aprono senza
chiedere in cambio, nemmeno un nome per far battere il cuore, una ragione
per essere certa, che stamattina davvero ho fatto l’amore. Oddio lo sento
che spinge che scava, che raschia pareti che crede disfatte, ma che da
anni non c’era che sabbia, che terra arida e brulla quando non piove, dove
crepe profonde s’allungano storte, e nemmeno un uccello si riposa per ore.
Sarà passato un
niente almeno lo penso, e già corre veloce e il fiato s’ingrossa, mi bagna
mi lecca sotto i capelli, sa di me di seno di fica di more, sento sul
collo che sta per venire, “oddio ti prego” gli dico e l’imploro, “se solo
potessi aspettare un momento, che il mio ventre si schiuda ed escano i
sogni, le attese compresse dalle rinunce degli anni.” Lo sposto lo
confondo l’imbroglio, lui mi guarda si riprende e sorride, come un bambino
che smette di piangere, come un vecchio che ha bisogno di cure, gli do le
mie dita perché siano ciuccio, lui le succhia le morde le bacia, come se
fosse la mia bocca che gode.
Lo vedo che freme non
riesce a fermarsi, ritraggo la mano e lo sento che affonda, l’abbraccio lo
stringo per sentirlo più dentro. “Oddio ti sento non smettere ora, corri
dai senza pause e punti, stazioni e paesi dove non sale nessuno, cercami
dove nessuno è riuscito davvero, a raggiungermi dove m’accovacciavo da
sola, nemmeno i richiami di mia madre d’allora, che lenti arrancavano come
lumache. Perché io correvo sai al primo fischio lontano, al primo
passaggio di treno, lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo i binari
per ritrovarmi da sola, tra ciuffi di erba che solleticavano il ventre.
Sono scappata per anni incontro al piacere, che m’arrossava l’anima di
ribrezzo e vergogna, che mi dava la certezza che un giorno lontano, avrei
preso quel treno senza sapere per dove.
Che importa tutto
questo se ora ti sento? Tu non capisci tu lecchi e mi fotti. Che importa
se mi guardi allibito? Se come ladra ti rubo brividi e pelle, se ora
esplodo in un fragore di carne, di gambe, di mare che scorre? Eccomi ti
prego non ci sono fermate, raggiungimi ora in questo momento. Urlo, tra le
mie ossa mi svuoto, passa in piena un fiume che tracima voglia. Urlo, tra
le gambe ti sento, ci sei t’accarezzo i capelli, m’infili la lingua, mi
baci la bocca.”
Il mare scorre dai
finestrini, d’un treno che scivola lungo i binari, lungo le onde di
carezze vicine, d’una voce insistente che mi chiama signora. “Mi scusi.
Questo treno non fa più fermate! S’era addormentata e ho pensato di
svegliarla. Mi scusi tanto se mi sono permesso.” Sorrido ma nei miei
occhi lo stesso terrore, di quando mia madre mi veniva a cercare, e
interrompeva per sempre quel sogno infinito, di bimba dabbene vestita di
bianco, che s’alzava la gonna ed apriva le gambe, agli occhi del mondo, ad
ogni passaggio di treno.