Sarà che stasera il vento di fuori, ulula come una cagna in amore, e
soffia fischiando tra le serrande più scure, sulle vetrate appannate di
questo albergo di Roma, di quest’alcova che mi dà gioia e calore, e mi fa
sentire davvero come se potessi essere altrove, magari a Touzer se ci
arrivassero i treni, lungo lo stupore di un miraggio che corre, tra il
lago salato ed il deserto che incombe. Perché quest’albergo è della stessa
catena, ed ogni oggetto mi ricorda quel posto lontano, la penna la carta
il posacenere nero, la spalliera del letto di radica e noce.
Lo so che è sposato e stasera non viene, ed io ho fatto chilometri per
ritrovarmi da sola, e li ho fatti in un fiato attraversando la neve,
lasciando alle spalle montagne più alte, dove il giorno si tinge tra gli
squarci di cielo, e dalla finestra si vede stentato, uno spicchio di luce
che confondo col mare. Lo so che è sposato e non può chiamarmi nemmeno,
che è qui a due passi e tremendamente distante, ma lui non sa che ci vengo
ogni tanto, perché il ricordo sia vivo consistente e reale, e si nutra di
cose che il sogno attutisce.
Questa stanza è impregnata del suo odore di talco, di una sera la sola che
ci ho fatto l’amore, e alle volte mi chiedo quanti clienti nel tempo, ci
hanno dormito hanno riso e poi pianto, ed io ogni volta che sento limpido
e intatto, l’odore che prende dalle parti del cuore, mi imbraca e mi
abbraccia e mi sussurra negli occhi, che sono bella davvero nell’anima
dentro, che sono la sola ad averlo distratto.
Ed io che ci credo perché non avrebbe alcun senso, dirmi ti amo senza
averglielo chiesto, ed io che ci credo e non c’è voluto del tempo,
baciargli la fronte e sentirgli le labbra, che calde impacciate socchiuse
nel freddo, hanno avvolto discrete il mio bisogno d’amore. Ed io che ci
credo in un ristorante di Roma, in abito nero e la voglia evidente,
d’essere femmina per sentirlo più uomo, d’essere madre per sentirlo più
bimbo. E lui che mi guarda e m’accarezza leggero, e sbircia il mio seno
finalmente capace, d’amoreggiare con gli occhi che paiono lame, che
penetrano dentro i miei petali schiusi, come rosa d’inverno al primo
raggio di sole.
Ed io ci credo e lascio che il tempo, non abbia le ore per chiedere
quanto, può durare una notte prima che l’alba rischiari, un uomo e una
donna dentro questa vetrata, che fanno l’amore eccome lo fanno, senza che
i corpi si rendano conto, d’essere solo strumenti d’un sogno, che cuce e
rammenda due anime in cerca. Lo so che è sposato e domani è diverso, ma
giuro non conta non ha senso stasera, se questi gemiti intensi si
mischiassero insieme, tra la pioggia che fuori batte e ribatte, e nitido
senti quanto è bello il rumore.
Sarà che stanotte mi lascio cullare, dalla certezza d’averlo perché sento
l’odore, e netto trasuda tra le pelle del cuore, come se ora suonasse il
portiere, e mi dicesse signora perdoni il disturbo, ma un uomo a quest’ora
sta salendo le scale. E sento i suoi passi ma che bello il rumore, e mi
chiama col nome che mi sussurrava la notte, e mi chiama Eva anche se non è
questo il mio nome, ma poco ci manca e glielo lascio gridare, perché sazio
i suoi occhi e li scambio di posto, gli scompongo i capelli contandoli a
ciocche.
E sento i suoi passi sarà lui davvero, chi mai nella notte potrebbe essere
certo, che in quest’albergo di Roma c’è una donna che chiede, d’essere
femmina bella ancora una volta, tra le braccia le sole che mi piace
sentire, che mi stringono dove è più vivo il dolore, di anni passati a
chiudermi a riccio, ad aprirmi a chiunque m’offrisse una rosa.
E sento i suoi passi non posso sbagliarmi, mi metto soltanto un filo di
trucco, chiudo la luce e scalza cammino, socchiudo la porta e lo aspetto
nel letto, perché non c’è luogo per accoglierlo meglio, per sentire
l’odore e consumarlo di fretta, che avido chiede che sazia trattengo, per
sentirgli il respiro che mi bacia e mi prende, che mi recita a mente
parole d’amore, che sanno di uomo di sesso e d’umore, che sanno di donna
che ora dorme serena, con un ghigno che ride e la mano che stringe, un
uomo stanotte che è venuto a trovarla, in un albergo di Roma mentre fuori
pioveva.
Sarà che stanotte ho sentito più forte, le mani impazienti che mi
raschiavano il cuore, ed ora in quest’alba che inonda il mio letto,
abbraccio il cuscino e mi faccio cullare, e limpido sento l’odore di
talco, come se fosse ancora qui nel mio letto, e gli bacio le rughe quando
ride con gli occhi, mentre giuro convinta d’averci fatto l’amore, e scaldo
la parte più fredda del letto, per non lasciare al mio dubbio di pensare
se è vero, che il portiere stanotte non ha chiamato nessuno, e la porta
s’è chiusa con un colpo di vento, senza una mano che l’accompagnasse da
dentro.