Vorrei che tu venissi da me senza passato, non truccarti gli occhi il viso
le labbra, perché anche i colori hanno un ricordo, perché anche le forme
riempiono un vuoto. Lascia il cappello sul tappeto all’ingresso, come
fosse un cane che docile aspetta, lascia il vestito sopra il vaso di rame,
come fosse un ombrello che anonimo giace. Perché quando vieni s’alzerà
forte il vento, e porterà pioggia come Dio la manda, e porterà una donna
con la tempesta nel cuore, con l’anima in mano e i brividi accanto. Bussa
alla porta e chiamami se non t’apro, bussa di nuovo nuda e impaziente,
perché io sia certo che stai andando di fretta, che niente e nessuno potrà
più fermarti.
Ti prego se vieni non dirmi che scappi, non serve davvero se non ci sono
ricordi, se dentro di te c’è soltanto rimbombo, e nel vuoto galleggi in
cerca d’autore. Dimmi davvero che sei in cerca di mani, d’artista e
padrone che modella la creta, per essere acqua che prende la forma, per
essere sabbia che si sgrana in un pugno. Dimentica ogni cosa prima di
dirmi che m’ami, perché l’amore non diventa ma nasce ogni volta, perché
l’amore si secca tale e quale a una rosa, che vede a suo fianco un altro
fiore sbocciare.
Dimentica gli uomini che t’hanno presa per sbaglio, e quelli convinta che
t’illudevi d’amare, dentro stanze da letto ancora calde d’amore, e quelle
spoglie d’inverno come case di mare. Dimentica il nome non serve se vieni,
che senso avrebbe se ti chiamassi nel modo, come tanti di notte tra le
ingiurie e le offese, che ti piaceva ridire per sentirti più persa. Perché
tu eri bella ma bella davvero, con indosso il cappello che ricordati
fuori, con indosso un vestito di fiori d’organza, che ad ogni soffio di
vento faceva la ruota, e faceva le pieghe che sembravano onde, che gialle
di seta le lasciavi posare, sulle tue gambe come fossero api, che ti
succhiavano nettare dalle parti del cuore.
Perché io t’ho vista che cercavi una guida, un filo di fiato che ti
indicasse il verso, per asciugarti quegli occhi pieni di pioggia, anche se
fuori da giorni non cadeva una goccia. Mi hai chiesto un sorriso per
poterti fidare, mi hai chiesto del fumo perché la notte era lunga, perché
le attese alle volte finiscono all’alba, ed era un gioco mi hai detto come
fossi convinta, ma alla pioggia negli occhi non potevi mentire. Era un
gioco davvero lì seduta all’aperto, che aspettavi il destino con la faccia
da uomo, e guardavi l’asfalto con la testa pesante, da un cappello ripieno
di uova ormai schiuse.
Ti ho preso la testa e guardato negli occhi, ti ho baciata la bocca per
alleggerirti anche il cuore, ma dalle tue labbra usciva solo saliva, di
pena e di strazio per chissà quale uomo. Non ti ho chiesto per come, non
ti ho detto per dove, ma solo che il tempo t’avrebbe permesso, di volare
leggera senza pesi e zavorre, di venirmi a bussare dove ora t’aspetto.
Perché l’amore che provi non ha bisogno di appigli, di reti da pesca che
dividono i mari, di passati che lasciano strascichi eterni, come veli di
spose gonfiati dal vento. L'amore che provi è anima e pelle, è carne viva
senza squarci e ferite, è saliva d'un bacio che non conosce lo sputo, il
tuo tacco che scivola e non struscia di notte. L'amore che provi è un
ventre di vacca, mammelle che danno solo latte e biscotti, e sanno di sale
e le lasci leccare, come un ciuccio t'illudi intinto nel mare
Ti prego se vieni muori e
rinasci, perché non servi obbediente se quello che cambia, sono solo dei
fili che muovono l’anima, e la carne d’intorno sa d’odore vissuto. Anzi
non dimenticare lascia stare, non serve davvero se non ci sono ricordi,
vieni e bussa forte alla porta, perché io capisca che tu sia sola, e
dentro di te ci sia un ventre bambino, ancora non pronto per nutrire le
uova. Ti prego vieni e lascia il cappello all’ingresso, come fosse un cane
che docile aspetta, lascia il vestito sopra il vaso di rame, come fosse un
ombrello che anonimo giace, perché non c’è altro modo per sentire l’amore,
per sentire che dentro il cuore si spacca, e vieni ti prego bussa alla
porta, non truccarti gli occhi il viso le labbra, perché anche i colori
hanno un ricordo, perché anche le forme riempiono un vuoto.