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Sarà che da un mese non fumo e non bevo, che i miei occhi al tramonto sono più verdi, e qualcuno negli anni ci ha visto anche il mare, perfino boschi e pianure traversate da fiumi. Saranno queste scale di Piazza di Spagna, dove appena sedicenne mi sentivo una diva, magra modella con le tette accennate, giovane ed acerba senza un filo di grasso, che ora nascondo come se davvero servisse, stringendomi in vita con una cinghia di pelle, ma lasciando ai fianchi la mia parte abbondante. Saranno questi balconi stipati di fiori, e queste case che m’hanno visto perfetta, coperta soltanto di pelle di luna, che al tempo valeva una notte ed un’alba, ed oggi mi ritrovo una casa decente, che non mi fa dubitare d’essere stata poi bella. Sarà che non ci vedevo nulla di male, a sentire scivolare le mani vogliose, che come palle da bigliardo andavano in buca, tra le pieghe di carne che riprendevano forma, tra le pieghe di carne che ora si lasciano andare. Saranno gli anni passati che passano ancora, gli sguardi degli uomini infilati nei seni, come se in un niente fiorisse un bocciolo di rosa, e le mie gambe s’aprissero ancora sbadate, come la porta d’un bagno in un albergo diurno, dove entri e non bussi senza aspettare. Sarà che ora ci penso davvero, ed ogni letto d’amore è una siepe di rovi, spine seccate che mi graffiano dentro, prima che il cuore se ne faccia ragione. Saranno queste luci che sanno il mio nome, e m’ingialliscono il viso come corredi marciti, ma io stasera vorrei andarmene oltre, magari dentro un albergo di specchi e di luci, dove il tempo è rimasto fuori per strada. Portassi ancora la seta! Coperta di pieghe di luce di luna! Saprei questa notte dove portare le tette, per farle ciucciare e farne confronto, con le tante che ora danzano al vento, e si mettono in mostra a questo sole che rosso, non ci fa dubitare d’essere a Roma. Portassi almeno un cappello! Saprei dove farmi invitare, su quale sedia di paglia di Vienna, sfilare la calza e rubare lo sguardo, ad uno dei tanti che incerto si chiede, quale stoffa m’adorna sotto il vestito, e quale colore mi copre e mi sfiora, che potrebbe scostare se gli abbozzassi un sorriso. Portassi almeno dei trucchi! Arresterei la smagliatura con un tocco di smalto, prendendo del tempo tra il vedo e non vedo, per togliendomi dall’impaccio e non esser scortese, perché una donna per bene non risponde all’invito, e fa cadere leziosa il primo saluto, e il secondo lo lascia sospeso nell’aria. Sarà che ne sento la smania e il bisogno, d’essere affascinata da un uomo cortese, che si toglie il capello abbozzando un inchino, che mi chiama signora aspettando paziente, ed anche se ha capito non perde la forma, dandomi del Voi quando mi offre una rosa. Sarà che ora vedo ferma che aspetta, una carrozza di legno a forma di zucca, un cocchiere con i guanti che tra poco ci porta, dove il sogno più vero non potrebbe arrivare. Saprei veramente come ripagare quel garbo, sfogliandomi a strati le sottogonne di seta, finché il cuore non avverte un tremore di freddo, e l’odore che sale d’un ceppo che arde, si confonde al rumore di zoccoli in strada. Saprei come arrossire e ripagarlo del mio turbamento, alla vista d’un uomo al contatto di pelle, fino ad illudere gli occhi ed illudermi ancora, macchiando di rosso le lenzuola di lino. Sarà che questo vento che mi taglia la gola, e questa luce più gialla ogni notte che passa, questi uomini belli che passano in fretta, e mi lasciano appena uno sguardo distratto, ma stasera davvero affogherei leggera, dentro un letto di piume ed onde di raso, nel mare di voglie che attutisco e dilato, che carico a miccia in attesa che scoppi, perché tutto questo dà senso all’amore, che altrimenti sarebbe soltanto un regalo, che per anni ho trovato sul comodino di fianco. Saranno queste castagne che stringo gelosa, ma ora tiepide non arrivano al cuore, sarà questa luna che uguale promette, notti d’incanto e albe diverse, ma stasera davvero mi sfilerei una calza, se solo servisse a costruirci un’attesa, davvero ricomincerei almeno a fumare, se una donna che fuma all’aperto, col tacco che preme su questo lampione, non fosse soltanto che l’immagine antica, di una vecchia puttana che aspetta un cliente, uno qualunque purché abbia un compenso. Con fare distratto mi slaccio un bottone, perché ci sia il posto per infilarci una rosa, o un sogno che mi porti lì dentro in albergo, e mi faccia specchiare sopra quei divani, che sanno di caldo e d’attesa e di scale, d’amore ai piani senza che nessuno disturbi. Sarà, ma credo che stasera finisca come tutte le altre, che al prossimo bottone s’avvicini il portiere, e con fare discreto mi chieda d’andare, d’allontanarmi quel tanto per non destare imbarazzo, a questi uomini che entrano vestiti eleganti, sottobraccio a signore alte quanto un lampione. Sarà che non mi sento all’altezza, e questi tacchi sono troppo marcati, che a vederli bene sanno di vecchio, e mi fanno pensare che il mio seno stasera, non diventerà mai un giardino fiorito, e nessuno si degna d’infilarci una rosa. Saranno i miei tacchi sopra questi sampietrini, il fruscio del nylon che sento ad ogni mio passo, sarà che mi allontano e tutto coincide, come ogni sera precisa a quest’ora, come quel cliente che è arrivato in ritardo, ed ora in albergo mi cerca e mi brama, e come tutte le volte s’accontenta deluso, di quella alta un lampione magra come uno stecco, che beve un drink seduta sul divano di raso, che sa d’attesa di scale e di caldo ai piani. Sarà che davanti gli si aprono due gambe gemelle, fasciate di nero di seta leggera, e lei ora si spoglia al chiaro di luna, con i vetri aperti e le chiome dei pini, e lui di sicuro ci sta facendo l’amore, addosso ad un muro con le pareti di stoffa, poi sopra quel letto in penombra su Roma, ma sul comodino è rimasto un bocciolo, che neanche stasera ha trovato un giardino, un presente abbondante a forma di seno, per farci l’amore per farlo fiorire.
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