| |
|
LiberaEva |
|
D'AMORE E D'ALTRO |
|
Nei
mattini freddi |
|
E’ nei mattini
freddi di queste notti senza fine, che sento da lontano il
ticchettio dei suoi passi, inconfondibili al rumore che struscia
sull’asfalto, che sa di fianchi ad ore fasciati nella nebbia, che sa
di donna sola di fatica a fine turno.
E’ in quei mattini freddi avvolta in un mantello, col suo strascico
di gelo e il dai e dai della notte, che mi sorride già dal fondo
appoggiata alla vetrata, ma è un ghigno di stanchezza di fatica e di
mestiere, incastonato negli specchi di questa sala troppo grande,
che amplifica la danza della sua gonna da lavoro, che riflette su
questo marmo di un albergo a cinque stelle, a due passi da chi parte
vicino alla stazione.
E’ nei mattini
freddi che mi riempie occhi e cuore, col suo rossetto ripassato
chissà per quante volte, e quante poi sbafato dentro il buio della
notte, con quell’aria da mestiere che cola sotto gli occhi, dove
s’increspa la matita di un verde ormai stantio. Mi saluta con un
“tesoro” come se fossi un cliente, come se per una volta fossimo
stati dentro un letto, alle volte anche “amore” che conservo
premuroso, che scivola bollente quando il sogno mi rapisce, o quando
solo nel mio letto lo ripeto ossessivo, e la vedo nei contorni
dell’ombra contro il muro.
|
|
|
|
|
|
Ed allora sì che
non è un intercalare, e diventa una carezza che accompagna la mia
mano, pensieri allo specchio che disegnano le forme, senza illudermi
che un giorno possa essere reale, perché non sono il tipo da
riempire i suoi sogni, che poi non sono sogni, ma tasche e reggiseni.
E’ nei mattini freddi che la vedo soddisfatta, e mi dice quanti
soldi son passati per le tasche, o nelle notti quando a volte non è
sola, e ride ed è contenta con il cliente sottobraccio. Ed io penso
a quanto amore ha spettinato i suoi capelli, e quante volte
riordinati in uno specchio tremolante, quando l’auto in corsa la
rimette al proprio posto, in un angolo di strada dove tira sempre il
vento. E’ in quei mattini freddi dove l’alba è distante, appoggiata
alla serranda sopra un tacco come un cigno, tra i palazzi di una
Roma dove la luna arriva sempre, ed il sole a mezzogiorno è
impegnato in altre parti.
E’ in quelle strade fredde che s’aggirano sparute, quattro facce
orientali che le chiedono per quanto, con lingue incomprensibili di
cinese e di borgata, di una Roma che a quest’ora offre tanta
concorrenza. Ed immobile lei fissa un punto che non vede,
nell’attesa quasi certa che il prossimo che passa, è solo un altro
tizio che ha fatto un altro giro, ed i numeri non mentono come il
seno in bella mostra, ogni tre una richiesta che s’informa quanto
vale, ogni cinque un “andiamo” in albergo o dentro un treno. |
|
|
|
|