Dai vieni ti aspetto alle otto, metti una scusa che tua moglie si beva,
perché ti ho preparato la cena come previsto, ho preso del vino vellutato
di rosso. Dai vieni ti aspetto alle otto, non portarmi dei fiori non
perdere tempo, perché la corte che voglio è guardarti negli occhi, e mi
dici estasiato che non esiste più bella, di femmina a Roma o che dico nel
mondo, che quarant’anni passati ne dimostrano trenta, ed anche di meno se
m’aggiusto e mi trucco, come stasera che t’aspetto convinta.
Dai vieni non farti aspettare, ti ho preparato un dolce di more, per non
farti sentire poi troppo il distacco, da quella che ogni sera ti coccola e
sazia, e t’illudi che t’ama e pensi che in fondo, il nostro non sia che un
tradimento bugiardo.
Dai vieni ti aspetto alle otto, indosso le scarpe che mi hai regalato, che
non metto di fuori perché mi vergogno, mi fanno sentire da strada di
notte, ma porto il vestito quello rosso scollato, che sedendo si spacca e
t’intrigano i lembi, sapessi che bello se tu fossi di fronte, vedresti una
donna che porta le calze, che finiscono prima che inizino i fianchi.
Dai vieni ti aspetto alle otto, la tavola è pronta e una candela fibrilla,
e illumina in parte la sala in penombra, ed io che ti aspetto su questo
divano, che penso alla scusa per venirmi a trovare, in modo che tu sia
sereno e tranquillo, con tua moglie che dorme senza avere sospetti. Mi
accarezzo le spalle il collo i capelli perché quest’attesa non sia troppo
più lunga, perché queste mani siano dure e callose, e stringano a morsa la
mia parte migliore.
Dai fai in fretta ti aspetto alle otto, nel dubbio mi chiedo come mai è
successo, dopo anni di vita due figli ed un cane, in un giorno normale hai
sbattuto la porta, davvero mi chiedo come è potuto accadere, perché sono
qui nel ruolo d’amante, a rubarti ad un’altra che ora è tua moglie, a
pensare ad una scusa che non dia sospetti, e non le sia troppo chiaro che
in una notte normale, un uomo può avere altre cose da fare.
Dai vieni ti aspetto alle otto, non t’ho mai desiderato come adesso ti
sento, tutti quegli anni che mi facevi ribrezzo, se solo tentavi di
venirmi vicino, e la notte dal giorno non era diversa, e tu che cercavi di
darmi calore, ed io che cercavo di fuggirti lontano, nelle braccia di
altri che ora sono scomparsi.
Dai vieni ti aspetto alle otto, dai vieni vieni tranquillo, perché non ti
chiedo di rimanere la notte, di guardare l’alba con gli occhi del cuore,
chiedo soltanto di starmi a guardare, se in caso stanotte ti sei già
promesso, se il posto più bello è lì vicino nel letto, nelle sue cosce
magari più calde, magari più belle dritte e civette, che non hanno bisogno
di cercarsi da sole.
Dai vieni ti aspetto alle otto, non suonare ti prego la porta è socchiusa,
perché m’intriga che entri e mi trovi seduta, che aspetto impaziente e
dondolo il tacco, con la mano che affonda dove l’anima bolle. Però mi
raccomando vieni alle otto, perché davvero è questione di un niente, anche
un minuto può essere grande, mentre ti guardo e mi entri negli occhi, come
un tempo facevi durante l’amore, e mi urlavi dicendo ti scopo con gli
occhi, perché ci vedevi montagne innevate, ci vedevi il rossastro di un
tramonto distante, una pigna che cade e un tonfo silente, una pioggia
leggera che mi scioglieva il trucco.
Dai vieni ti aspetto alle otto, ho messo all’ingresso un vaso di fiori, e
mi alzo la gonna e mi guardo riflessa, per offrirti la rosa quella più
gialla, che curo da anni e non la lascio seccare, ha i petali grassi che
si schiudono all’alba, e la sera si stringe stretta in un pugno.
Dai vieni ti aspetto alle otto, perché le parole siano ancora più fitte,
dense quanto una nebbia senza un raggio di sole, che mi avvolge e mi culla
come se tu ci fossi davvero, e mancasse un instante, un niente alle otto,
ed io sul divano che mi cerco e mi trovo, ed io in vestaglia nonostante le
otto, ti penso e ti sogno e mi faccio bene l’amore.