I RACCONTI MIGLIORI
   
   
   
   
   

 Calze nere 

   

Indossavo da sempre calze nere, di quelle che a vista accendono il dubbio, che il bordo finisca molto prima dei fianchi, lasciandomi all’aria la parte importante. L’avevo scoperte fin da quando bambina, frugavo curiosa nei cassetti di mamma, m’immergevo da sola nei colori e fiocchetti, e giocando alla donna m’ammiravo allo specchio. E contro corrente rispetto alla moda, col passare del tempo ne ho capito l’essenza, quando la trama mi velava le gambe, d’impalpabile nylon che sfumava alla luce, come se fossero di una bambola antica, le muovevo orgogliosa per essere certa, d’essere unica originale e superba , con un’arma in più rispetto alle altre.

 

 

Me ne regalavo tante ma tante davvero, perché mi piaceva veder lo stupore, di chi accarezzandomi sotto la gonna, risaliva la mano leggera e impaziente, fino a quando la calza diventava più scura, poi bordo velato come se iniziasse la notte, e la pelle più chiara spalancasse alla luce, quel mistero svelato di malizia e di vizio. Col passare degli anni non sono cambiata, chiudo gli occhi ogni volta ed attendo curiosa, come se fosse un rito sacro e solenne, che conserva intatto la bellezza del gesto, d’una mano che trema d’un respiro più gonfio, d’uno sguardo che fissa la pieghe più scure, che esperto le nota alla caviglia o il ginocchio, e ti chiede discreto se davvero le porti.

Quel venerdì pomeriggio mi stavo vestendo, nella penombra tra il letto e l’armadio, quando mio marito credendo di non essere visto, sbirciava estasiato da dietro la porta. Con esperta maestria recitavo la scena, srotolando le calze lungo le gambe, poi leggera ed attenta raddrizzavo la riga, ostentando le gambe davanti allo specchio. Slacciavo i gancetti riallacciandone in parte, alzando la gonna quel tanto e quel niente, per poi riguardarmi e vedere l’effetto, d’una riga che muore sotto la gonna.

"Dove stai andando?" mi chiese in ingresso. "Dal dentista." Ho risposto senza badare. Mi dava fastidio quel suo incerto indagare, così ipocrita e falso e mai diretto. "Se vuoi ti accompagno?" Mi disse geloso, lo guardai e risi sapendo il motivo, sospirando un “Va bene” per non lasciare sospetti. Poco dopo in auto credo per caso, o forse perché si era sollevata la gonna, quando con una mano teneva il volante, con l'altra cominciò ad accarezzarmi le gambe.Poi senza fermarsi seguì la sua voglia, lungo il percorso dicendomi bella, che se non fosse stato per quel mal di denti, saremmo tornati a casa di fretta. Sentii la sua mano che calda premeva, che calda arrivava dove mi sentivo già pronta, e con un gesto violento scostai la sua voglia, che obbediente riprese in mano il volante. "Ma non sai pensare ad altro?" Le dissi stizzita serrando le gambe. "Guarda, mi hai pure rotto la calza!" Sulla gamba sinistra dove la trama è più scura, la calza purtroppo si era smagliata.

Un attimo dopo davanti lo studio, lui era avvilito ed io arrabbiata, scesi di fretta baciandolo in fronte, come per dire che mi sarebbe passata. “T’aspetto.” Mi disse non guardandomi in faccia, sorpresa cercai una scusa qualunque. “C’è sempre fila qui dal dentista!” “Non importa, non ho niente da fare.” Replicò fermo prendendo il giornale. Avvertii che mi stava guardando, quando entrai nel portone di corsa. Salii di fretta le scale nonostante i miei tacchi, passai davanti alle persone in attesa, fingendo un’urgenza un dolore di denti, forte improvviso che non poteva aspettare.

Il mio bell’amante in camice bianco, non aspettava che me, non aspettava che altro, gli dissi che mio marito mi stava aspettando, e lui mi spogliò senza battere ciglio, adagiandomi sopra la sedia di pelle, che ogni venerdì ospitava da anni, quell’amore segreto breve ed intenso, con la gente in attesa che cadenzava gli orgasmi. Afferrò le mie stringhe scoperchiando la gonna, trovò in un attimo l’ispirazione bollente, saziandomi fino all’ultima smania, che lievitava impellente da una settimana di attesa. Ma questa volta mi chiese dell’altro, cercai di dissuaderlo senza esserne certa, ma l’attesa di mio marito a poca distanza, ingigantì il desiderio di possedermi di nuovo. Con fare deciso mi spogliò d’ogni cosa, prima la gonna poi le scarpe e le calze, dietro quei vetri che davano in strada, proprio dove qualcuno leggeva un giornale. Mi prese come mai aveva fatto finora, in piedi violento mentre guardavo di sotto, facendomi sentire una donna vogliosa, che mai avrebbe rinunciato a quella furia d’amore. Mogliettina affettuosa che si faceva riempire, d’amore e passione e sesso di fretta, mentre l’ignaro premuroso aspettava, in apprensione sincera per quel mal di denti.

Mi rivestii di fretta tra i suoi baci più caldi, che insistenti m’avrebbero ancora voluta, uscii di corsa portandomi appresso, i segni della mia insaziabile imprudenza. Salii in macchina cercando una faccia diversa, coprendo a malapena l’ultimo impulso, dietro quella tenda tornata al suo posto, che ora davvero nascondeva un dentista, ed un paziente che aveva bisogno di cure, diverse da quelle che mi avevano accolta. Mio marito mi chiese se avevo sentito dolore, sorrisi pensando che ne avrei voluti ogni giorno, di canini e molari e gengive infiammate, se questo era il male e la cura più adatta. Non mi chiese altro ed ero contenta, posò il giornale sul sedile di dietro, ripartì ammiccando i suoi occhi vogliosi, come per dire che quel pensiero di prima, ci avrebbe condotti dritti a casa, e seguendo la sua maledetta mania, mi mise una mano sotto la gonna, scoprendo le calze fino al bordo più scuro.

Al primo semaforo rosso mi guardò attentamente, cercai di distoglierlo ma ripartì a razzo, prese velocità nel giro di qualche secondo, gli chiesi il motivo ma non ebbi risposta. Voltò di colpo per una strada senza uscita, due passanti sulle strisce ci evitarono appena, lui senza parlare guardava dritto la strada, il sudore imperlava la sua fronte bollente, i suoi occhi accecati da fitte di cuore. Schiacciò ancora l’acceleratore, senza che mi rendessi più conto, che non ci sarebbe stato più tempo, che un muro di cinta ci stava aspettando, che mio marito non poteva sopportare, che quella stupida smagliatura sulla calza sinistra, si era inspiegabilmente spostata sulla gamba destra.

   

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