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Se mio marito davvero sapesse quanto non posso farne più a meno, quanto il sentirmi desiderata sconfigga ogni paura e morale che accetto, la domenica in chiesa quando confesso al prete di turno i miei danni di dentro, senza mai sollevarmi del tutto da questo peso che sottintendo e non dico. E’ stato più facile di quanto pensassi, una signora elegante dentro un negozio ha intercettato i pensieri senza una forma, senza una noia per sentirli importanti. Mi ha avvicinata discreta: “Lei è molto carina Signora! Venga a trovarmi.” Un biglietto di carta mi ha cambiato la vita, un indirizzo scritto l’unica meta, l’unico pensiero decente di un giorno che la notte m’ha scosso e ritemprato la mente. Non c’erano dubbi che avessi accettato, non c’erano colpe di tradimento, ma solo una serie di circostanze, di cosa avrei detto al primo incontro e quale il momento per sollevare la gonna, e quale gonna quale vestito, quello rosa con i spacchi di fianco, quello nero scollato e più stretto. Mi domandavo quale fosse stato il più adatto e se il mio seno fosse stato all’altezza e come avrei reagito alla vista ed al tatto del primo sesso diverso dall’unico che conoscevo. Nella notte i pensieri vagavano in fretta a chiedermi cosa avrebbe distinto una signora normale da una bella di giorno e una bella di giorno da una puttana di notte? E poi sarei stata capace di farli tornare? Di finirli nel tempo stabilito a priori? Sapevo che una puttana non ha scrupoli affatto e non bada a spese per apparire più bella, non bada al trucco per innescare la miccia, ma io ero diversa e mai avrei potuto. Una forza incontenibile mi spingeva di dentro, una nausea violenta mi risucchiava in quel posto, alla fine andai a trovarla piena di dubbi di una settimana infinita di congetture, di ripensamenti davanti allo specchio, del bagno di casa che mi faceva più bella di tutte le volte che m’aveva ignorata. Bussai col cuore, non servirono mani. Lei era bella, ammaliante e signora, parlava discreta con un filo di voce. Se il suo charme era frutto di questo, del mestiere impregnato sui muri, avrei cominciato senza pensarci. Ma non ero pronta e lei comprese. Se mio marito sapesse mi domanderebbe il motivo, cosa mi spinge a vivere questo segreto che mai nessuno potrebbe capire, come del resto la mia mente rifiuta a pensare ogni giorno che davvero ci sia un altro domani dove scorro la strada, queste panchine dove non si siede nessuno e conto gli alberi frapponendo i miei fiati, ogni trenta passi un pino marino, ogni trenta minuti un nuovo cliente. Mi siedo e penso d’essere oltre quella finestra mentre suonano alla porta ed io ricomincio daccapo, dentro il letto lo stesso appena rifatto, dentro lenzuola immacolate ed intatte, ed io la stessa stringo le mie pieghe disfatte, dentro mutande che appaiono nuove e mantengono indelebili gli avanzi e le tracce di chi poco prima mi gridava il piacere ed io soddisfatta mi rivestivo con cura. Faccio solo attenzione ad apparire perfetta che sulle mie calze non ci sia una macchia, o sulla mia gonna che tiro e che allungo fino al ginocchio e sopra un pudore rifatto, che ricomincia d’incanto a farlo sognare ad illuderlo certo d’essere il primo. Sono altri fiati altro sesso più duro, altri occhi che ricominciano a girare, a scandire gli approcci che non vanno mai dritti e illusi cercano di prolungare l’attesa per vedermi più attraente un attimo dopo, Come se ci dovessimo scambiare parole, come se davvero mi dovesse far voglia, senza sapere che invece gli sguardi, le mani le dita sono identiche a quelle di prima che m’hanno toccata e rivoltata per bene. Mi guarda e prende tempo, come se tra poco ci accoccolassimo insieme sopra una panchina ad ascoltare un tramonto, come se fuori ci fosse un culo di luna e il prezzo che paga dovesse solo servire a scoparsi una donna dalle parti del cuore. Ma fuori c’è solo traffico e caldo, un mezzogiorno cocente che squaglia l’asfalto e qui dentro un’ombra soffusa finta e bugiarda che ci copre e ripara e non serve per nulla a questo tipo d’amore che per farlo decente non occorrono gli occhi e l’anima in gioco è fatta di pelle. Chissà perché gli uomini tutti, davanti ad una donna si rifanno la faccia recitando la parte di non esser capiti, dimenticando che sono venuti per sesso, per questa cosa che stringo e nascondo perché la voglia non scemi prima del tempo. Io sono lì che fumo, seduta sul letto che dondolo il tacco e chiedo a caso un nome, sapendo che dopo non rimane che niente un ricordo lontano che odora di sesso che copro e svanisco con altro profumo. Difficile invece che mi chiedano un nome come a quelle incontrate per strada perché sanno che sarebbe inventato e quello che faccio lo faccio in segreto da perfetta e matura signora borghese che passa il giorno dietro queste tendine che ammazza la noia sbafando rossetti gli stessi che prima di cena la sera sfiorano la fronte dei suoi nipotini. Poi d’incanto tutto svanisce, smettono di apprezzare la sfumatura perfetta che fa l’ombretto attorno ai miei occhi, come se non ci fossero più laghi e tramonti, e quel culo di luna che li ha fatti sognare. Mi fissano il seno ed i capezzoli scuri poi scendono in fretta fino alle gambe, gli occhi si fanno impazienti e più duri diventano bilance che pesano carne. Si fanno avanti, e mi spogliano tutta, il primo troia è un respiro leggero, il secondo è bagnato di saliva bollente quando decisi mi toccano in fondo convinti che il mio sesso è come il contorno che è caldo e capiente e ne vale la pena. Bugiarda fingo di sentire piacere come se un dito alle volte calloso potesse davvero farmi vibrare. Ma sono bimbi che giocano ad essere grandi, sono uomini e non conoscono altro modo di compiacersi e sentire se stessi, padroni una volta in una mezz’ora qualunque. Ecco questo è il momento! L’esatto momento che mi convince ogni volta a ricominciare domani o al prossimo incontro, la stessa ragione che ribadirei con forza davanti a mio marito se per caso mi chiede. Ecco il momento! Con la faccia appiattita sulle ginocchia, con il seno schiacciato che strizza e fa male, e una mano possente m’accarezza i capelli, e mi spinge e m’abbassa senza che possa reagire, per poi tornare bambino che piange e s’attacca e ciuccia da figlio il mio seno per fame. Sono lì che m’impegno e ci metto il mestiere, obbediente lasciva oscena e viziosa, per poi come pane a comando l’inforno senza lasciarne un centimetro all’aria. A volte lo giuro non c’è bisogno di altro, sento la pressione che sale e che preme, il respiro allungato senza più soste, le mani a forza che mi spingono oltre come se ci fosse altra pelle di sesso, altra voglia per farmi sentire in difetto. Mi lascio insultare che non sono all’altezza, che un’altra signora ha fatto di meglio proprio ieri nell’appartamento di fronte dove le rose fioriscono in marzo, dove una donna ci sbava passione con le labbra a ventosa sopra un uomo che gode dove ora resiste per allungare il piacere. Ma io non mi fermo lo stringo e l’ingoio, accarezzo col palato gli ultimi istanti che mi danno la certezza d’essere unica, la stessa che sbocca in un fiotto, che sfocia in un mare piatto e tranquillo, ma nei suoi abissi si smuove ed urla in un turbinio che non vede riposo. E mi sento appagata femmina e schiava, e manca un niente per sentirmi l’anima zuppa come coniglia che s’ingravida e gode e segue l’istinto senza capirne la causa. Eccolo lo sento, ma non vuole mollare, ora mi rivolta per finirmi e sfinirsi, ma il tempo è scaduto e lo invito a sbrigarsi, ad entrarmi nel posto dove giustifica il prezzo, dove la signora tra poco mi bussa ed un altro cliente sta facendo la coda. Lui obbediente si rintana e si culla nella voglia che apro come conchiglia che schiudo e poi chiudo come un guscio di uovo che dà vita e vigore all’ultimo istinto. Solo ora capisce che era tutto un sogno che salendo le scale s’immaginava davvero tramonti infiniti di giallo e di rosso mentre ora ha davanti soltanto una fica e pieghe di carne che s’inumidiscono apposta. Ora lo sento, mi vuole e mi chiama con un nome discreto che non ha chiesto, che sa di moglie e d’amante, di mille parole mai dette. Lo sento, si contrae per svuotarsi fin dentro le ossa, per sentirsi leggero quando giù nel portone attraverserà questo viale di pini marini, per convincersi davvero che ha fatto l’amore s’è fatto davvero una signora di classe, che freme, che gode, che urla tra queste pareti damascate di rosso, e non chiede dell’altro che esser domata nella noia dell’anima o poco più in basso, nella folle richiesta di lasciarsi estirpare l’inquietudine dentro che ancora l’assale. Oggi è la prima volta che faccio la lunga, salto il pranzo per scoprire l’effetto di cosa si prova rimanere col ventre, zeppo e ripieno dall’alba al tramonto, per scoprire il suono delle mie parole sincere, le mie parole bugiarde stasera a cena quando mio marito mi chiede dove diavolo vado, dove ho passato l’intera giornata. Mi chiederà cosa ho fatto di bello, su quale vetrina ho adagiato i miei occhi, su quale orlo a mano ho accarezzato le dita senza sapere che se andasse giù duro, se fosse interessato a quello che dico non potrei cavarmela sorvolando i dettagli descrivendo fumosa una giornata qualunque, una di quelle senza sussulto, che passano lente e non devi sforzarti a cercare un labile sfacciato merletto da cucire ai bordi della tenda del bagno. Mentre parlo e ci metto ardore e passione nella mente mi passano divani d’oriente, pareti e velluti damascati di rosso, dove cala sinuoso un fascio di seta. C’è solo un pensiero che sottile m’angoscia e mi lascia sospesa a sudare nel dubbio, quale gonna domani abbellirà le mie gambe, quale merletto questa volta davvero aggrazierà i miei seni rigogliosi e protesi che un uomo a caso si svenerà per saziarli, aspetterà il turno affannando il respiro? Già lo vedo lo sento che spinge e poi sale che accelera e preme illuso e convito che il suo pene è più lungo più duro e voglioso, e possa ridurre a ragione il mio ventre distratto, addomesticarmi la carne che a riccio si schiude, e gonfia s’ammolla per chiederne ancora. Ma durerà un niente perché non può più arrivare, oltre la misura che è tutto il suo avere e lo solleciterò di fare più in fretta per il prossimo che aspetta ancora in salotto, per scorticarmi quest’anima che non ha labbra, che se solo sapessi dove mi risiede l’abbellirei almeno con una punta di trucco. Perché è lei la puttana, la grande mignotta che sogna d’andare di notte a strusciare, tra i fari le scarpe se avesse due piedi, che mi fa contare questi alberi storti, ogni trenta passi un pino marino, ogni trenta minuti un nuovo cliente. E’ lei la cagna che attira file di maschi spargendo odori simili a piscio, inzuppando ogni angolo dove si ferma ed aspetta uno a caso che si faccia coraggio e le dia quel senso d’essere la sola, unico grande recipiente del mondo.
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