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Ho pensato a tutto, la scusa più adatta per danzare di notte, una festa in una villa sull'Appia, il compleanno di un'amica che da tanto non vedo, che lui non conosce. Sono tre giorni che lo sto preparando, mi ha chiesto più volte se andavo da sola. “Vado con Cecilia.” Di lei si fida, ma se solo sapesse… Lo sento spiattellare, chissà cosa si preparerà per secondo? In frigo c’è carne surgelata, ma non sa usare il microonde. Ma io non ho tempo, sono in ritardo, ho perso minuti preziosi per una calza smagliata, le mutande sottili che non coprono niente sono ancora sul bordo della vasca. Devo fare in fretta, ma non ci riesco, non riesco ad essere disinvolta. Mi guardo allo specchio e vedo riflessa una vera battona, di quelle che passano l’attesa a rimarcarsi il rossetto, di quelle che ti dicono di fare più in fretta perché il tempo è scaduto. Mi guardo allo specchio e sono bella, bella come solo una femmina può essere avvolta nel mistero di complice e amante, oltre l'ombretto bianco, rosa e dorato che sfuma luccicante e vola prezioso come due ali di farfalla regina, oltre il rimmel carico d’impaccio e paura che cola bluastro lungo i solchi dell'antica depressione. Ora ho deciso apro la porta del bagno e corro verso l’uscita, lo saluto correndo, dalla cucina scorgerà solo una figura senza contorni, senza questo spacco nel vestito che arriva oltre ogni verità di qualsiasi scusa. Come posso pensare che possa credere al compleanno di un’amica che per altro non vedo da tempo? Vestita in questo modo non posso che andare incontro ad un uomo, non posso che uscire per raddrizzargli le voglie. Chissà se mi bacerà appena arrivata, od allungherà una semplice mano? In fin dei conti ci siamo visti soltanto una volta insieme alla mia amica Cecilia! E stasera è la prima volta che vado da sola, la prima volta in assoluto che incontro un uomo da quando sono sposata. La notte mi chiama ed io devo obbedire, devo sentire il rimbombo dei miei tacchi sull'asfalto crepato dopo che è caduto un tramonto. Oddio se mio marito entrasse per davvero! Mi sgualcirebbe con gli occhi il rossetto, con la gelosia una calza. Sono bella lo sento, incastonata nelle luci dello specchio del bagno, come un diamante in vetrina senza vetro ed allarme che stasera qualcuno può soltanto rubare. Ecco sono pronta. Che cosa dico ora a mio marito? Che semi vestita vado ad infangare il suo nome? Uscissi almeno con un amante che vedo ogni giorno mi laverebbe tutte le colpe appena lo incontro, mi coprirebbe di baci e complimenti fino a farmi dimenticare che tradisco per allontanare la noia, ma forse non è questo e non riesco a spiegarlo neanche a me stessa. Non è il maschio che vedo quando di notte nel sogno mi lascio andare agli istinti, non sono mani che sento quando mi toccano il fondo! E' qualcosa che scatta dentro me stessa, che ora mi fa sfidare mio marito che non ha mai creduto che io potessi tradirlo. S'abituerà, ne sono certa, perché questa è soltanto la prima volta, e Cecilia è convinta che serve soltanto rompere il ghiaccio! Eccolo che mi chiama, mi chiede dov’è il sale, dove può trovare una bottiglia d’olio di quello che ci ha regalato sua madre. Forse ho messo troppo profumo, di quello dolce che accalappia sessi e nasi maschili, non adatto ad una cena di compleanno. Mi sento vigliacca e bugiarda, mi sembra d’averlo già tradirlo come finora non era successo, come finora non avevo pensato. Mi disgusta il pensiero che tra poco, tra meno di un’ora qualcun altro mi riempia di cortesie, mi riempia l’anima e il cervello facendo di me quello che mio marito non s’immagina nemmeno, quello che io non gli ho mai fatto dubitare. Per anni insieme senza neppure un sospetto, moglie ideale che consiglierebbe a tutti di sposare, perché onesta e integerrima, perché mai nella sua mente un tarlo ha trovato consenso. Non può certo pensare che tra poco sua moglie sarà una donna diversa, che correrà il rischio voluto di passare una sera a farsi stipare nel collo del ventre la voglia che altrimenti non avrebbe conosciuto, a farsi colmare di sesso volgare legata alla spalliera del letto o appoggiata al davanzale che guarda di fuori la notte rimanendo bella e vestita perché nuda non sarebbe altrettanto. Sono in ritardo! Quell’uomo mi starà già aspettando, mi darà il benvenuto col suo sesso dirompente che mi sgualcirà in un secondo queste labbra perfette, le spalancherò senza nessuna esitazione, come in questo momento meticolosamente ripasso. S’accorgerà soltanto di questi tacchi, lunghi quanto un coltello che s’infila nel cuore, ma non provocheranno dolore perché tra noi non c’è sentimento, perché il cuore ci serve solo per respirare e provocare piacere. L’appuntamento è in un parcheggio vicino alla metro, e poi in un ristorante, non credo che in questi casi ci possa essere altro. Oppure ha già previsto tutto, dopo cena in albergo, o un motel lungo l’Aurelia, “solo per stare tranquilli, se non vuoi beviamo solo qualcosa” e poi eccolo che s’avvicina e mi scosta spacco e mutande, e mi prende sul letto credendo di scoparmi la fica quando il solo buco che offro sono fibre di anima senza più fondo. Ma cosa vado a pensare? “Dove trovo la tovaglia?” Ecco, ha bisogno di me, ed io mi guardo e riguardo le tette se sono abbastanza abbondanti, bene in vista allo sguardo come sicura che l’altro vorrebbe, simili a gommoni dove galleggiare sicuri, simili a barche che ti fanno la culla. Ma il mare è in tempesta, ora mi sta dentro nel cuore e sbatte impetuoso sugli scogli dei miei non posso, sulle pareti dei miei scrupoli che mi lasciano uno squarcio indelebile nell’occhio della ragione. Non voglio sentire questi rumori di sicurezza e famiglia, di calore e tepore come solo una padella che sfrigola sa fare. Ora mi spoglio e mi lavo la faccia, mi tolgo questi indumenti che farebbero impazzire solo troie e clienti, solo rifiuti di notte sui marciapiedi corrotti. Appesa ad un gancio sul muro c’è la mia vestaglia di casa, mi dà tenerezza, mi fan voglia di divano e televisione, di programmi scemi che ti cadenzano i giorni e le ore. Vado di là e mi metto a cucinare, non brucio l’aglio, so dov’è il sale e dove trovare la tovaglia pulita. M’invento una scusa. Ho mal di testa. Rinuncio alla cena, sto male. Ma se non vado sto male veramente. L’ansia risale la corrente lungo il torpore delle mie membra, delle mie cosce che ragionano senza ragione e dettano regole e legge al cervello che in panne ha rinunciato a pensare. Allora vado. Scivolo le dita sul vestito che mi fascia leggero e vedo scorrere i miei dubbi ormai repressi adagiandosi a terra come biancheria ammonticchiata ancora da stirare. Mi riguardo allo specchio, accenno ad un sorriso, i miei seni stipati e bugiardi si gonfiano d’attesa e di voglia, tra meno di un’ora saranno più duri, dritti al piacere, sfacciati nel chiedere, insolenti nel ricevere. “Guarda che farai tardi!” Eccolo, ha premura. Ha paura che deluda quell’uomo, che lo faccia arrabbiare e poi magari non mi fotte nemmeno! Non m’inginocchia come in preghiera davanti un altare. Odio questi pensieri! Ma perché mi faccio puttana prima del tempo? In fin dei conti è solo uno stupido appuntamento, una cena dentro un locale, dove si mangia, si beve e si parla e poi si torna a casa senza che nulla sia successo! “Ancora sei in bagno? Cecilia ti starà aspettando!” Odio la sua ingenuità! Vorrei gridargli che non c’è nessuna Cecilia stasera, nessun compleanno, vado soltanto a sondare il terreno se è possibile farsi un amante. Come cavolo è possibile che non riesca a capire! Sua moglie si sta preparando, chiusa nel cesso per chissà qualche desiderio, chissà quale stanza d’albergo dove solo signore sposate senza documenti, gremiscono le stanze e riscaldano i letti. Perché non capisce? Non ci vorrebbe che un niente. Sono anni che lo tradisco col pensiero. Anni, che mentre mi guarda, passano nella mia testa pensieri e preoccupazioni, emozioni e desideri, che non avverte nemmeno. E’ possibile, santo Cielo, che dentro di me battano in ogni istante due cuori e questo uomo mi ami perché sono unica e fedele? Non sopporto questa voce che continua a chiamare, ad avere bisogno di me. Sapesse davvero come mi sono ridotta contando le ore di giorno prima che venga la notte, e mi vengono i brividi soltanto a pensare di quanto oramai questo surrogato d’amore mi sia entrato nel sangue come droga sintetica, come banana che t’inebria le ossa e poi mangi di gusto. Sapesse quanti sogni mentre lui russa ed io che prendo un taxi per farmi condurre nel buio di Roma. Tanto non se ne accorgerebbe, non arriverebbe mai a pensare che sono uscita per sesso, per sconfiggere negli interstizi dell’anima, la solitudine che lievita e vince. Ci vorrebbe un niente camminare nei vicoli, dove si sentono evidenti passi e paure, e prendere in mano il cuore che finalmente batte, ribatte ed è vivo. Ed in fondo a quel cesso di strada, tentare e tentarsi fino a sentire l’odore di sessi che lievitano e s’inumidiscono e s’accoppiano senza apparente ragione. Per poi comportarsi come una cattiva puttana che rifiuta clienti per sentirsi, tra il vuoto di una macchina e l’altra, desiderata davvero! Se sapesse come mi sono ridotta mentre ora che mi sono fatta coraggio, mi disarma con questo candore infantile, e mi fa sentire ancora più bugiarda per correre incontro ad un uomo che almeno mi distolga da questi pensieri, che mi dia emozioni nel solo pensare che possa accadere davvero. “Ancora non sei pronta?” Ora esco, mi dirà sicuramente di fare attenzione che di notte girano brutti figuri malintenzionati, ma io sono la sola malintenzionata che giro di notte per farmi violentare l’anima dentro, da questa situazione che mi sono cercata, perché altrimenti non dormo, sarei fuori di me nel pensare che ho buttato un’occasione dopo anni che ci andavo pensando. Solo io sono la malintenzionata che a quarant’anni sogna ancora di fare la bambina e s’immagina di ciucciare il suo ciuccio come gioca al dottore. Squilla il telefono. Oddio mia suocera, ora vorrà che vado a salutarla. Anche lei mi ama, anche lei mi adora come nuora perfetta, l’unica donna che poteva sposare suo figlio. Esco dal bagno, mi precipito senza badare che quest’ansia potrebbe dare sospetti. Il rumore dei tacchi invade la casa, come il profumo mi fa sentire fuori luogo e fuori di testa. Al telefono non c’era nessuno. Ma ora sono davanti a mio marito che intento davanti ai fornelli non pensa nemmeno che potrei dargli piacere. Che nel giro di qualche secondo potrebbe prendermi intatta e non ancora sciupata. Ma questo non è previsto! Mi guarda, mi fissa. “Dai che farai tardi, la tua amica t’aspetta!” Non rispondo, indosso il soprabito, prendo la borsa. Mi sorride. Non m’ero mai accorta che in fondo ai suoi occhi castani c’è un riflesso d’azzurro. Mi dà fastidio notarlo, perché entra nella mia dignità e mi trova indifesa, entra nella mia vagina e mi sento più sporca. Mi sorride ancora. Mi sento sollevata e distrutta. Faccio per parlare ma non c’è niente da dire. Vestita in quel modo non ho nulla da dire. Mi ripete di non affaticarmi. Sa che non può trattenermi, che comunque domani non sarebbe diverso. E’ tardi, più tardi del minimo dubbio, della normale incertezza che ogni giorno mi fa compagnia. Abbasso lo sguardo, ha capito qualcosa, che sono disperata, che vado in giro per farmi chiamare come lui sta pensando. Oddio sono sicura! Eccolo s'avvicina. Adesso mi toglierà il soprabito, basterebbe davvero che un niente, infilare una mano sotto la gonna per far crollare montagne di scuse, di compleanni e la Villa sull’Appia. Eccolo a meno di un metro, meno di un braccio. "Cara, hai dimenticato questo." Fa dondolare tra le sue dita un pendente. Sorrido. "Oddio che sbadata." Mi sgonfio come se l'ansia uscisse tutta di colpo. Gli vado vicino e gli do un bacio. "Torno presto."
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