E’ una sala da ballo anni sessanta, un pomeriggio d’inverno con la pioggia
sui vetri, e fuori un paese di bar e bigliardo, con il gioco di carte e le
partite alla radio. E’ una sala da ballo con il pavimento a parquet e
dentro è domenica con i vestiti da festa, le donne non pagano e gli uomini
il doppio, una coppia che balla e gli altri stanno a guardare.
E’ una sala da ballo tipo palestra con le donne sedute su una panca di
legno vestite di beige e testa di moro che parlano mute ma solo tra loro.
Portano gonne su misura di sarta, le scarpe col tacco ma non troppo alto e
i capelli che sanno di messa in piega, di rolli e retina, di casco
bollente.
Hanno gli occhi tristi ed un velo di noia che adocchiano in giro furtivi e
distratti casomai dalla porta entrasse qualcuno, un viso diverso, un
principe azzurro. Sono tutte in età di sposa e di madre, ma nessuna di
loro ha la fedina al dito, nessuna un cavaliere da ballo, perché è
domenica e le coppie ufficiali si dirigono altrove ed hanno altro da fare.
Nelle auto in sosta arrampicate in collina, tra i vigneti a filari e i
meli frondosi dove fanno l’amore completo o in parte pensando al corredo e
alla casa in mattoni.
E’ una sala da ballo anni sessanta con gli uomini in fila che hanno perso
speranze per la più bella che ombrosa muta si nega e rimane seduta a
guardare nel vuoto. E’ una sala da ballo con gli uomini in fila che
aspettano il turno indovinando il momento per quella più grande che ha un
ciondolo d’oro che balla e che pende tra il seno importante.
E’ lei la regina, l’ambita zitella, che ha superato da tanto almeno trent’anni
e fa la merciaia in un negozio avviato, ereditato per caso da un lontano
parente. Si fa chiamare Lulu ma il suo nome è Zafira, si dice che è stata
per anni in Siria e lì ha conosciuto un ricco mercante di stoffe e di
spezie con sede a Damasco.
Era bella Lulu con il velo in testa, la sera che ha deciso di chiudere gli
occhi e confondersi ai baci caldi e bollenti di una bocca avvolgente a
forma di culla. Ed erano baci di passione e di maschio, di promesse che un
giorno l’avrebbe sposata, così com’era giovane e magra, senza un corredo e
venti cammelli. Per anni giurava, e lei ci credeva, di farla conoscere
alla sua prima moglie, ma poi in quel letto è svanito quel sogno e fuori
era giorno con il sole già alto.
E’ una sala da ballo anni sessanta, Zafira che balla e si lascia toccare
da mani che avide scendono ai fianchi, ma lei ride sapendo che in fondo,
da sopra la gonna non è certo peccato. E’ lei l’attrattiva perché porta un
cappello, dei guanti di rete ed una calza velata e si muove leggera sopra
i suoi tacchi che fini che alti la fanno araba bella.
Zafira ha un seno di nettare d’api che a chiunque lo mostra per sentirsi
migliore per sentirsi diversa da quelle sedute perché conosce la vita e
conosce l’amore. Vorrebbe spronarle ad alzarsi e ballare
e ridere ridere per tanto e un nonnulla, senza aspettare che un principe
azzurro possa prenderle il cuore e farlo soffrire.
Perché l’amore è una gonna che danza e la segue, è l’anima frivola che ha
bisogno di gioia, un’ape che vola ed un fiore l’accoglie, questi uomini
intorno che assaporano il miele. E’ una sala da ballo anni sessanta col
desiderio che incombe al prossimo ballo di stringerla ai fianchi e sentire
quel seno di stringerla ancora e portarsela a letto.
E’ una sala da ballo ed un uomo si alza, porta un maglione a girocollo di
lana e le scarpe a punta e i pantaloni a campana che indossa soltanto per
le feste da ballo. Si chiama Giuseppe ma lo chiamano Armando, come il nome
del padre scomparso da poco, come il nome dell’azienda di uova e galline
che non è poi male per chieder la mano.
Prende il coraggio ed attraversa la sala schivando le coppie che ora
ballano un liscio e tra poco l’orchestra ha già annunciato un lento e
coglie il momento che Zafira è da sola. L’ha puntata da ore e non vuole
che un altro lo possa precedere per il prossimo invito e ardente la vuole
per un giro e un altro per ammansire la gonna e governare il suo petto.
Zafira che ride e non ha nulla in contrario quando l’orchestra attacca
quel lento, quando Armando la stringe e gli si velano gli occhi, per via
della mano che scende sui fianchi. E’ un arco di carne, una curva di
strada, un soffio di vita, un vapore di fiato, perchè Zafira ci sta e si
lascia toccare, perché lei non ci vede niente di male.
Armando lo sa perché altre volte è successo che tra le tante musone c’è
una femmina vera, che ride, che balla e si lascia toccare, per sentirsi
più bella e riderci sopra. Perché Zafira lo sa che è una sala da ballo e
non è un luogo di incontri di promesse per sempre, o all’alba in un letto
a desiderare che torni nel tempo che dura una musica bella.
E mai e poi mai ne concede un’altra, sarebbe un delitto, sarebbe un
affronto, al dolore che giace nei fondali del cuore ed a nessuno è
permesso d’andarlo a scovare. Perché Zafira lo sa che l’amore è un
imbroglio che segna la faccia di vene più dure, di rughe che solcano la
pelle del cuore, ed il ballo è un pretesto per passare due ore.
Perché lei ora balla con il prossimo Armando che ha un’altra azienda
fiorente di uova e galline e scuote la testa per quelle ragazze, musone in
attesa del principe azzurro. Eh già che lo sa che l’amore è una truffa,
che vela lo sguardo e spegne la luce, che la gioia è un miraggio e la
tristezza per sempre, perché ti lascia su una panca ad aspettare che viene
o in un letto da sola ad aspettare che torni.
E’ una sala da ballo anni sessanta, l’orchestra che suona Rita Pavone, e
il prossimo Armando la fissa negli occhi, ripetendo intonato le parole a
memoria, ma Zafira lo sa e non si lascia ingannare, e ride ride ma lo
lascia convinto, a stringerle i fianchi fin dove è concesso, a sussurrarle
all’orecchio “Come te non c’è nessuno”!
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