I RACCONTI MIGLIORI


 

Le onde del destino

 
 
 

 

Stasera tira un vento che corre di fretta, mi spiccia i capelli e il tempo che passa, perché questo giorno sia fatto di ore, sia fatto di fiati e d’aria che ingoio. Mi secca la pelle e mi sfiora leggero, come fosse una mano avvizzita dal tempo, che stringe un fiore o magari una rosa, come se fossi io stessa la rosa, che aspetto impaziente la prossima luce, per patinarmi i capelli con un velo di brina.

Sono sul bordo d’un parapetto, do le spalle alla strada che è il mio mestiere, e lascio che il vento mi gonfi la gonna, come se tra un niente dovessi volare, spiccassi finalmente quel volo che sogno, che aspetto anche quando riversa a bocconi mi farebbe fatica soltanto pensarlo.

Laggiù c’è vita, uomini che s’affannano per tanto e per niente, che muoiono e nascono come se fosse normale, che fanno l’amore senza sentirlo, che sentono amore, ma non l’hanno mai fatto. Laggiù ci sono donne senza dei figli, senza mutande come me in questo momento, che apro le gambe al vento lezioso, lasciando la voglia alla gente che passa, d’affogarci le mani e non essere soli.

L’ho coperte d’un niente impalpabile nero come se sotto quest’orlo ci fosse un’anima viva, ci fosse una donna a forma di ventre in perfetta simbiosi con questo tramonto.

Sarà questo vento che m’imbroglia i pensieri e mi scompone i capelli dopo ore allo specchio, ma stasera mi sento terra grassa bagnata, di pioggia abbondante dopo giorni di secca. Alzo la gonna ed ostento il bisogno, m’affido al mestiere più antico del mondo, perché illusa io possa contenere ogni suono, ogni gabbiano e parola trasportati dal vento, perché illusa io possa pensare di non essere fatta solo di calli, e gli uomini tutti sono rimasti sull’orlo, come indiani correndomi intorno, lasciando che il fuoco si estinguesse da solo.

Laggiù ci sono ombre piatte senza una forma, vagano per ricongiungersi ad un corpo qualunque, che le dia ancora il diritto di vivere, e alla luce il potere di non farle morire. Amori finiti dimenticati dal tempo, che speculano sui ricordi per sentirsi essenziali, calze di seta dentro immondizie, fazzoletti di carta pieni d’aborti, spazzati dal vento che non perde memoria, e mi fa d’oca la pelle e mi chiama e m’invita.

Mi fa sentire il bisogno di scendere a valle, d’essere parte integrante di questo vociare, d’essere causa ed effetto di chi nasce e poi muore, ma rimango qui ad aspettare un soffio più forte, che mi scoperchi la gonna e mi scomponga i capelli, per mostrarmi più esperta di quella che sono.

Avessi almeno un uomo, penserei a cosa fare per cena, ne avessi metà magari sposato, che mi riempisse i giorni d’odori nel letto, e l’attesa che manca al prossimo incontro. Se dovessi scegliere m’accontenterei degli occhi, lasciando alle altre la parte senza poesia, perché comunque penserei a far l’amore col vento, cercando d’essere parte del mondo, per potermi sgretolare come sabbia in un pugno, per essere nulla ed essere tutto, per entrare nei vuoti senza doverli riempire.

Limitata da questo mio corpo, mi viene un sussulto quando ci penso, che comunque vorrebbero entrarci, che ci entrano, e niente di meglio hanno desiderato nel tempo, che non c’è meta più grande di questo mio seno. Bramano e sognano di riposarci la voglia, tra sponde accoglienti che fanno da culla, come rive di fiume ammorbidite dall’acqua.

Dio che darebbero se solo fossi rivolta verso la strada, se stanotte fosse una notte qualunque, ed io non fossi rapita da un destino di onde, che mi soffiano contro e si fanno spazio e ragione, dentro queste gambe spalancate al mondo, che solo ora m’accorgo d’averle bucate.

Sono onde che sciamano come api al tramonto, tra le maglie di questo fitto imbrunire, sono resti di voci portate dal vento, sputi e saliva che confondi in un bacio, macchie indelebili di ingiurie e d’offese.

E se domani fosse solo un giorno di pioggia? Senza questo vento che mi separa le gambe, che mi fa credere ancora che io possa volare, o quanto meno sgretolarmi come concime, sopra questi campi che visti dall’altro, mi sembrano lunghe distese infinite.

Che stupida che sono, nel pensare che un’anima gemella stia davvero remando, sopra le onde di questo destino, per venirmi a cercare per venirmi di fianco e baciarmi sugli occhi perché il resto non conta e dirmi ti amo come non l’aveva mai detto.

Un uomo che sente e che prova, che mi riempia la parte che si sente più sola, ogni volta diversa, ogni volta la stessa, ma poi mi ritraggo ed abbasso la gonna, provando scandalo al solo pensare, che un suicida possa morire d’amore, possa riempirsi soltanto d’effimero vuoto, nell’infinita ricerca di non essere soli.

Vicino, lungo questo parapetto, ci sono altre anime che vagano lente, che come me non hanno nessuno, non hanno uno straccio di credo e di fede, per dare del tu almeno a qualcuno. Offrono al mondo la loro parte migliore, sfamano di carne questa folla che chiede. Conoscono tempi per sentirsi importanti, dosi e parole per essere feccia, per farli saziare e tornare domani.

Che stupida che sono aver pensato davvero, di essere altro da quella che sono, d’essere anima e non corpo e poi tette, d’essere spirito senza cosce da dare. Lo so, lo sento, domani non sarà un giorno di pioggia, sarà vento e saranno semi di grani, e noi concime di terra dove nascono fiori, che qualcuno recide e li poggia contento, sulla tavola stasera apparecchiata per cena.

 

 

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