Cammina cammina sotto il sole d’Aprile, una donna che ancheggia insicura
sui tacchi, ha le gambe perfette ambrate di un niente, un velo di calza di
mezza stagione. Cammina cammina a piccoli passi, in un tailleur color
panna che le strozza la vita, e la fascia e l’avvolge d’incanto sui
fianchi, la forma perfetta di un’anfora antica. Ha guanti di raso, una
veletta di rete, una faccia da bimba nonostante il rossetto, spalmato a
secchiate di fretta in penombra, al riflesso del vetro di un negozio di
fiori.
Cammina cammina tra i palazzi umbertini, uno spacchetto alla gonna per
muoversi meglio, sotto i portici freschi di Piazza Vittorio, dove il vento
s’insinua e fa mulinello. Porta cartacce oliate di pizza, foglie marcite
dalle piogge di marzo, tra bancarelle di merce scadenti orientali ed odori
di spezie arabe e indiane.
Cammina cammina e trascina a fatica una valigia di trucchi e un borsone di
pelle, pesante per quanto contiene stipati scarpe e vestiti per quindici
giorni, comunque leggeri d’estate alle porte, cambi di stoffe di lino e
cotone, per quanto di meglio poi possa accadere, una cena, un salotto, una
colazione all’aperto.
Cammina cammina ed ogni tanto si ferma, rilegge un biglietto e poi cerca
con gli occhi, un numero civico tra le insegne cinesi, una targa con
scritto Pensione Valeria. Una portiera qualunque che sa tutto di tutto, si
pulisce le mani e la chiama signora, ammicca un sorriso e la squadra con
gli occhi, e le dice che quello non è lo stabile giusto, e il palazzo che
cerca è al di là della piazza, un condominio di lusso con un custode in
livrea.
Cammina cammina lei ha il viso segnato da una notte di treno sveglia in
cuccetta a scacciare le mosche e le ansie aggrumate attorno ai timori di
cosa l’aspetta. E’ il primo lavoro e non vuole far tardi, per questo
cammina e si sente importante, per questo cammina e sogna sui tacchi, uno
scroscio d’applausi in una parata di stelle.
Cammina cammina dentro una città troppo grande, per i suoi diciott’anni
compiuti da poco, vissuti finora tra ponti e tra calli, a recitare allo
specchio “Perché sei Romeo?” A sognare un incontro con la fortuna di
fianco, due tette davanti da mostrare a richiesta, al primo che primo
l’avrebbe apprezzate, al secondo che dopo le proponga la parte.
Cammina cammina e stringe il biglietto, scritto di fretta da una signora
elegante, con un vestito di seta ed un seno importante, incontrata per
caso in Piazza San Marco. Cammina cammina e risente la voce, “Mi chiami
Madame il nome non conta”, e poi quelle frasi in francese accennato, tra
tintinnii di ori ed occhi marcati.
Cammina cammina e fa salti di gioia, quando la donna le ha detto chi
fosse, un aiuto regista per un film importante, in cerca di volti per
interpretare la parte, che poi è la stessa e non serve la scuola, ma un
fisico adatto di carne e di tette, di ragazze sedute sui divani in attesa,
di clienti che entrano e le scelgono a turno.
Cammina cammina e sente il fiatone, l’emozione la prende e non vuole
sudare, per il trucco che cola per l’odore di viola, che sa di Parigi e di
femmina bella, perché lei cammina da attrice perfetta, e sa che quel film
è un dubbio, una scusa, senza gli attori e neppure il regista, e Romeo
allo specchio è soltanto un cliente. E cammina cammina e cammina sui
tacchi, sulle lastre di marmo come luci di scena, perché quello che conta
è essere a Roma, una città che t’accoglie e ti culla nel ventre, chiunque
tu sia, per cosa tu faccia, per sentirti una stella desiderata da tutti,
per sentirti regina al centro del mondo.