Immobile la guardo tra questo imbrunire, di luci violente e l’ombra che
cala, abbagliato e nascosto dai fari dei treni, quelli importanti che
fermano altrove, e qui lasciano solo rumori assordanti, e sprazzi di luci
che rischiarano a giorno, il suo viso, la gonna, la sala d’aspetto.
Non c’è più nessuno, solo inservienti, perché l’ultimo treno è arrivato da
un’ora, e la prima partenza è prevista domani, alle sei e tre quarti al
secondo binario, che fa da sveglia e richiamo ai barboni che ora, fuori
dal vetro ciucciano buste, e chiudono gli occhi come se fossero tette,
ripiene di latte al gusto del vino.
Tutt’intorno l’odore di polvere alzata, discreto la guardo perchè non sia
mai, che si alzi di scatto e mi lasci da solo, a fissare gli orari e
cinque sedie di legno, che è tutto l’arredo che offre a quest’ora, questa
sala d’aspetto che non aspetta nessuno, tranne quel cane che si è fatto
adottare, ed ogni sera alle sette bussa e pretende, senza un gemito, un
sibilo a forma di grazie e s’accuccia padrone all’angolo in fondo, con un
occhio che vigila e l’altro che dorme.
“Ma cosa ci fa qui ancora in attesa?” La guardo, la scruto insolita e
bella. Mi verrebbe d’alzarmi e domandarle il motivo, mentre la fisso lungo
quel fascio d’insegna, che gialla, che viola le sfiora le gambe, che
verde, che rossa le abbonda le tette. Non perdo nulla di quello che
m’offre, un brandello di pelle sotto l’orlo che appare, una maglia di
calza per indovinare se oltre, c’è una donna che ha voglia e muta
s’aspetta, un’avance che a caso possa darmi il permesso, per avere
certezze dove arriva l’intesa.
Perché dallo sguardo si giudica un uomo, ma dal merletto dell’orlo una
donna che vuole, dalla tinta di rosso che sborda le labbra, che ha bisogno
d’amore ed ha bisogno di sesso. Sono pensieri che scivolano in fretta, di
un uomo a quest’ora che non ha nulla da fare, che altrimenti farebbe
parole crociate, mentre la fisso e lei non mi guarda, mentre distratta
accavalla le gambe. Chissà se fa l’amore nel letto e spegne la luce, se si
lascia abbracciare per un bacio più intenso, che le sazi le gambe e
l’appaghi del tutto, oppure è di quelle che si lascia guardare, mentre
sfila la calza con un piede sul letto, ed emana fragrante la voglia che
sale, perché dall’odore potrei essere certo, se passerà questa sera per
conoscerla meglio, perché il profumo dolciastro, fruttato ai capelli, è il
chiaro segnale da non lasciarsi sfuggire.
Ma che vado a pensare mentre poggia la borsa, sulle ginocchia e rovista
all’interno, affoga il suo naso per cercare ma cosa, forse un fazzoletto o
il cellulare che vibra, oppure è imbarazzo di donna di sera, davanti a due
occhi che non perdono nulla, nemmeno la calza della rete più rada, vicino
al polpaccio dove la maglia s’allarga. Ha una valigia accanto che aspetta
due mani, magari di uomo che la sollevi pesante, che tra poco sarà qui e
si scusa e sorride, poi la bacia e la stringe di tenero affetto, e le
chiede cortese se tutto va bene. Oppure un parente, un’amica del cuore,
una sorella più grande che non vede da tempo, che le dice carissima che
sorpresa e piacere, ma sa già bene a cosa deve la vista, una storia di
anni, di figli e marito, troncata di netto proprio stasera.
Non vedo altra ragione in questo budello, in questo paese dove non succede
mai niente, mille anime in tutto compresi i maiali, venti case sparse ed
una strada di mezzo, quattro bar e una chiesa che dicono antica, e nessun
morto negli ultimi giorni, e nessun vivo, una sposa o un figlio in arrivo,
che susciti almeno un evento importante, questa visita strana di una
signora di classe. Perché quel nero che indossa non è dato dal lutto,
quell’aria da afflitta è solo un’incognita attesa, magari mi guardasse in
questo momento, saprebbe davvero che almeno stasera, non rischierebbe per
nulla di sentire nel cuore, quel brivido freddo che ti prende da sola.
Ora la vedo che s’alza e che fuma, passeggia nervosa e guarda di fuori, un
treno che passa, una pioggia che accenna, quel barbone che succhia la sua
tetta di vino, ogni tanto si volta ad un rumore di sedie, gira la testa e
dà boccate di fumo, come se chi aspetta potesse arrivare, da qualsiasi
parte che non sia l’entrata. La vedo che freme mi domando per cosa, sarà
soltanto per non passare una notte, da sola senza un uomo che le guardi le
spalle, oppure c’è altro magari un complice intrigo, promesse d’amante che
svaniscono in fretta, ad ogni treno veloce, ad ogni ora più lenta.
Ha una gonna leggera ed un spacco di fianco, un cappello calato non adatto
a viaggiare, se di donne capisco non aspetta un parente, se di donne
m’intendo sono troppo rosse le labbra. Ora più calma ritorna a sedere,
forse un pensiero su questa pioggia che scende, il traffico intenso
sull’autostrada, “ma m’ama davvero, me lo ha ripetuto più volte”.
Accavalla le gambe e lo spacco si apre, cosa darei per sapere se ora,
sotto la gonna che la fascia perfetta, porta il colore adatto ad una
donna, che scesa dal treno non chiedeva che altro, di mostrare preziosa
quella di sempre, la tinta perfetta né chiara né scura, un tocco di rosa,
una punta d’organza, che serve ad una donna per sentire l’abbraccio, che
serve ad un uomo per diventare impaziente.
Vorrei sentirla almeno parlare, per sapere da dove ha lasciato una casa,
dei figli, il calore, un riparo sicuro, dove ogni cosa aveva un posto
preciso, mentre ora si ritrova in un’attesa smarrita, con un cane che
russa e un capostazione curioso, con un inserviente incivile che le fa
alzare le gambe, senza tanto rispetto perché deve pulire, passare la scopa
proprio sotto i suoi tacchi, che alti che belli mi squarciano gli occhi,
solo a pensare che potrei riempirle la sera, perché la notte è qualcosa
che capita agli altri.
Mi alzo e mi siedo perché sarebbe troppo pensare, che la fortuna è tanta e
mi passa di fianco, proprio stasera che faccio il turno di notte, ma non
devo far altro che aspettare domani, perché i treni locali si fermano
altrove ed quelli veloci qui passano in fretta, ed un capo stazione li
deve solo guardare, annotando su un foglio che tutto è perfetto, l’ora, il
binario e il passaggio a livello, che s’alza e s’abbassa in un sincronismo
preciso.
Se sapessi il suo nome potrei sentire l’effetto, cosa si prova a
pronunciarlo leggero, ad urlarlo più forte se in questo momento, alzasse
lo sguardo e mi vedesse qui dentro, attraverso il vetro lurido e sporco,
che l’inserviente non lava da almeno tre mesi. E’ arrivata col treno delle
sette e cinquanta, un diretto da Foggia di pendolari e sudore, chissà come
l’avranno guardata, chissà quanti occhi e quanto imbarazzo, nessuna donna
potrebbe mai prenotare quel treno, per questo ci giuro che l’abbia preso
al volo, come chi ha fretta e vuole scappare, ed ha preso il primo senza
neanche sapere, dove fermasse e dove l’avrebbe portata.
E se fosse che non aspetta nessuno? Se fosse che è costretta a passare qui
questa notte? Perché quello era l’ultimo treno, ed io davvero potrei
offrirle il mio letto, ma come potrei dirle di stare tranquilla, che non
cerco una donna che sappia di sesso, che mi basterebbe sapere come è fatta
una notte, senza un giornale o un treno che passa, che a memoria capisco
che ora s’è fatta.
Se solo sapesse che non sono sposato, che mia moglie un bel giorno ha
deciso di andare, e in un’alba lontana non l’ho ritrovata, perché stanca
di farsi riempire le ore, da un uomo diverso nello stesso mio letto. Se
sapesse che mi basterebbe quel paio di calze, quell’orlo che ammicca tra
il vedo e non vedo, a cambiarmi la vita e cercare un lavoro, di spazzino,
operaio o quello che viene, per lavorare di giorno e godermi la notte
accanto a una donna che nemmeno conosco.
Ecco ora s’alza e mi viene vicino, la sua andatura sono seta e fianchi, è
un presente di seni austero e importante, un merletto vezzoso che aggrazia
la carne, e guarda gli orari appiccicati sul vetro, e mi chiede se il
prossimo è davvero domani, se c’è un altro mezzo per un’altra stazione.
Allora ci ho preso non aspetta nessuno, dentro questo paese non ci può
essere un uomo, che conosca una donna con i capelli raccolti, le unghie
smaltate limate con cura, un crocifisso d’argento che pende tra i seni e
luccica fiero nell’incavo profondo. Le dico deluso che non c’è nulla a
quest’ora, né treni, né pullman fino a domani, qui la notte non succede
mai niente, non s’arriva o si parte e neanche si muore, qui la notte si
dorme soltanto, tranne me o quel polacco che lava per terra, tranne lei
che ora mi guarda, finalmente mi guarda ma rimane a pensare.
“Mi sa indicare un hotel qui vicino?”
“Qui siamo poche anime ed ognuno ha una casa, non servirebbe davvero una
pensione o un albergo, e di notte da tempo non arriva nessuno. Lei è la
sola straniera che vedo da anni, chi si ferma qui ha una casa o sa dove
andare, da un parente, un amico, o dal parroco a maggio, quando affitta
dei letti per la festa del santo.”
“Dovrò accontentarmi di queste sedie per passare la notte!”
E mentre si volta accenna un sorriso, il suo decolté si schiude ed io lo
guardo, e mi lascia un odore di fragola e miele, di quando Giovanna aveva
vent’anni, e toccavo il suo seno prima del ponte, dietro l’anfratto di
spine e di rovi, la domenica sera a pochi metri da casa.
Ritorna al suo posto e chiama di nuovo, ma nessuno risponde e la sua
faccia s’increspa, poi si rassegna e guarda il soffitto, poggiando la
testa sopra il sedile, mi fa pena vederla vaga e smarrita, mi fa pena
pensare ad una donna di classe, finita per caso in questa sala d’aspetto,
che si tiene le braccia per sentirsi protetta, che stringe il suo seno per
ripararsi dal freddo.
Mi faccio coraggio e le vado vicino, con una coperta di lana che è tutto
il mio avere, ha gli occhi belli e si desta sorpresa, sorridendomi appena
quando discreto la prego d’accettare quel panno perché la notte fa freddo
e la stanza è un incrocio di spifferi gelidi.
Faccio per andare e lei con un filo di voce. “Rimanga la prego non ho
sonno per niente.” Mi metto seduto sbigottito e contento, lasciando una
sedia vuota nel mezzo, mi sembra impossibile che stiamo parlando, che una
donna così bella possa avere la voglia, di scambiare due parole in una
sera qualunque, di scambiarle con un uomo mai visto prima, un capostazione
che fa il turno di notte. Mi sembra impossibile che questa trama di calze,
non abbia di meglio stasera da fare, che queste labbra vellutate di rosso,
si schiudano appena per farmi ascoltare. Rassegnata sospira, mi guarda e
mi dice, che ormai è troppo tardi per aspettare qualcuno, e che non è vero
che i sogni muoiono all’alba, ma alle volte molto prima sopra un sedile,
di una stazione sperduta in qualche parte del mondo.
“E’ San Clemente vero?” Mi stupisco che conosca il nome del posto.
“Ecco proprio qui dovevo incontrarlo, erano mesi che avevamo deciso, un
paese lontano da tutto e da tutti, da occhi indiscreti che sono sempre in
agguato. Poi via con la sua auto bella lungo la strada per ponti e
trafori, fino a quel sogno ripassato più volte, nei tanti momenti che ci
credevo davvero. Ed erano montagne che bucavano cieli, picchi più alti e
gole profonde, passi di neve che accecavano gli occhi, gli stessi che
chiusi vedevano in sogno, una vita diversa dall’altra parte del mondo.”
Si ferma pensando di aver detto già troppo, s’accende una sigaretta senza
chieder permesso. “Ci avrà ripensato! Riprende nel dubbio, in fin dei
conti non è facile lasciare una moglie, lasciare dei figli per una donna
soltanto. Io invece ho solo mia madre, che mi crede in vacanza con la mia
amica del cuore, ed adesso sono qui con una notte davanti, e nemmeno un
pretesto perché passi più in fretta, che venga domani per tornarmene a
casa, con una scusa qualunque e la delusione più nera.”
Si alza e cammina per respirare più forte, un po’ d’aria pulita per
digerire quel groppo, che pesa e che duole tra la testa ed il cuore, che
pesa e fa male soltanto a pensarci. Non mi rendo conto quanto possa essere
bella, non riesco a pensare come si possa deludere, quella gonna che danza
e la fascia leggera, come si possa tradire ogni suo minimo passo, su quei
tacchi che porta senza nessun imbarazzo, che mai da vicino ne avevo
sentito il rumore, che mai da vicino avevo misurato l’altezza. Perché non
sono adatti ad una donna che viaggia, ma solo a un’amante per farsi
guardare, per confessare che il sogno è a portata di mano, dentro un letto
di rose con le suole pulite.
Si rimette seduta ed accavalla le gambe, poggia la coperta dietro la
schiena, mi chiede da quanti anni faccio questo lavoro, e cosa si prova a
non dormire di notte, e con quante donne l’ho riempita davvero, che
chiedevano solo di farla passare. Perché la stazione ha il sapore
d’attesa, e poco conta se si scende o si parte, e poco conta se in questo
momento, la sua gonna si spacca mentre dondola il tacco. Sono pizzi e sono
ricami, sfumati quel tanto da questa penombra, ingranditi quel poco da
queste mie mani, che nel tatto del sogno prendono corpo, e diventano pelle
che non ha preso mai sole, e se per caso ci arrivi non aspetti risposta, e
se per caso ci arrivi non la stai a sentire, che anche lei è accomunata
dallo stesso destino, che mai ha dormito in un letto più grande, che è
sempre lo stesso da quand’era bambina.
Non riesco a star fermo, guardo dentro e poi fuori, guardo il cane e il
polacco che russano insieme, guardo l’orologio che lento m’aiuta, non è
ancora l’ora che passi il diretto, mentre lei ora è calma e mi riempie di
gioia, pensando che stanotte non è passata per nulla, comunque vada è una
notte di quelle, che tornerà tante volte per popolare i miei sogni e
condirli di nero di trama di calze, di rosso acceso di unghie e di labbra.
Mi sono sempre chiesto come facciano gli altri, a fare il primo passo per
sapere fin dove, può arrivare questa mano che trattengo con l’altra, e
sentire il calore della sua parte migliore, perché davvero ho paura di
fare un gesto imprudente, e sorrido pensando a come serro le labbra, per
il timore che una sola parola scomposta, che un verbo sbagliato,
un’espressione in dialetto, possa rovinare questo momento, e lei che mi
vede per quello che sono, un uomo in divisa, un addetto ai binari, che
parla d’orari e di ritardi di treni.
Apre la borsa e tira fuori una foto, di un bimbo africano adottato a
distanza, e poi un’altra con una gatta siamese che non vede da ieri e
chissà come soffre. “Non c’è altro lo giuro che valesse la pena, di
pensarci due volte e non prendere il treno.” Mi guarda, mi fissa e
ricomincia a parlare. “Io so quello che lei sta pensando, che non si può
vivere appesi ad un filo, che un figlio e una moglie sono cose concrete,
mentre l’amore che offro è solo un cuore che batte, un impalpabile soffio
d’un vento che stringi, che catturi in un pugno e non rimane che niente.
Ma io ho scelto di non farlo fermare, di essere qui ed aspettare domani,
di affrontare come ora una stazione di notte, e parlare ad un uomo che
appena conosco.”
Eh già parlare parlare di tutto e di niente, perché altro sarebbe un sogno
soltanto, una stazione che diventa un albergo, e il polacco un cameriere
che serve, due flut di champagne su un vassoio d’argento. Lei mi guarda e
capisce che sono distratto, da un lampadario che a gocce l’illumina bella,
da un divano che accoglie le sue forme perfette, il suo seno capiente che
m’invita e mi culla. Spero davvero che possa intuire, mentre guardo le
gambe e guardo il soffitto, perché altro non voglio se il caso non vuole,
che chiudere gli occhi e vederla reale, come ora che serra le labbra in un
bacio, e mi dice non sempre il destino ripassa, e si ferma nel posto dove
ora lei siede, senza che la sedia ci separi nel mezzo.
Lei mi guarda, la guardo e credo che sia questo il momento, perché è
stanca delusa con la rabbia nel cuore, di chi crede davvero che non serva
sperare, costruire castelli fortificati e robusti, se la malta che metti è
un impasto d’amore. E alle volte succede che una donna stupenda, ti prenda
la mano e l’accompagni leggera, seguendo le onde di carne e di seta, che è
stoffa ed è seno e luce in penombra, è pelle che bianca non ha preso mai
sole.
Alle volte succede che un uomo la sfiori, perché tanto non servono altre
parole, e lei chiude gli occhi e lui la sua bocca, le raccoglie i capelli
e scende fin dove, s’increspa la gonna ed è lecito andare, s’increspa la
seta fino al primo merletto. Perché lui le sussurra che c’è un letto
stupendo, un’amaca appesa tra due palme sul mare, a due metri soltanto nel
gabbiotto di vetro, perché al prossimo treno manca ancora una notte, ed il
polacco di turno ha finito il servizio.
Alle volte succede che la donna sorrida, e prenda la mano e la poggi sul
cuore, e poi sussurrando gli racconti una storia, la stessa di prima con
un finale diverso, d'un omo che piomba trafelato in stazione, di una donna
che s’alza e piange e ride, e lo abbraccia felice ed urla contenta, e lui
che alto vestito elegante, prende la valigia e s’allontanano insieme.
Alle volte succede che un capostazione, con un filo d’amaro li guardi e
sorrida, e in un attimo appena è di nuovo da solo, seduto al suo posto che
guarda il soffitto, e guarda il cane e guarda la coppia, contento lo
stesso per quei sogni di prima, convinto perché se fosse stato diverso,
non sarebbe per nulla stato reale, e comunque sia andata va bene lo
stesso, l’alba è vicina e manca poco al diretto, ed è passata davvero
un’altra nottata.