I RACCONTI MIGLIORI


Basterebbero cinquanta!

 
 
 

 

Cammino lungo i bordi più chiari, schivando con cura le righe più nere, perché non sia mai che mi sia avversa la sorte, e per queste due ore non rimedi un passaggio, uno sparuto cliente che gli dia la certezza, che il cane a guinzaglio è soltanto un pretesto, e noti ed apprezzi il buco alla calza, che gli faccia più voglia d’allargarlo fin dove, la trama s’increspa e diventa ginocchio, sotto la gonna lungo la gamba sinistra.

Alle volte mi chiedo cosa c’è che mi manca, per mostrarmi davvero per quello che faccio, e rimanere fissa in attesa e sicura, sotto un lampione o davanti ad un fuoco, che scaldi la merce che offro e che vendo, magari mostrando le gambe ed i seni, magari fumando sfrontata e sicura, senza questo vestito che mi fa troppo signora, e questo trucco sbiadito che mi fa femmina onesta.

Cammino senza fermarmi fintamente distratta, tra la gente che mi crede serena a passeggio, lungo i viali di questo agiato quartiere, lungo le siepi di questo calmo laghetto. Ogni tanto qualcuno timido accosta, mi scruta un secondo come se non fossi adeguata, e senza parlare riparte di fretta, in dubbio se importunare una donna per bene, o chiederle quanto d’amore e di bocca.

Io sorrido ma a volte questo non basta, perché sono straniera e mi chiamo Natasha, e si sa che le russe sono sempre gioviali, e quelle di Mosca hanno un ghigno d’assenso. Mi chiedo cosa c’è che davvero mi manca, per dirgli decisa che c’è un posto vicino, dove mi scopro le tette e mi faccio guardare, all’ombra dei pini dove filtra il tramonto, e mostro le gambe fin sopra il ginocchio, perché per il resto c’è un motel che ci aspetta, un frigo ghiacciato dove è tutto compreso, anche la calza nuova ed intatta, che metto nel bagno e mi faccio guardare, con Sally che abbaia fuori la porta.

Alle volte mi fermo e guardo solo vetrine, curiosa ci penso che potrei mettermi altro, quella gonna che a pieghe mi farebbe un bel culo, quel reggiseno che a fiori mi gonfierebbe le tette, ma poi riprendo la strada e faccio scale e tombini, e ghiaia ed asfalto finché mi ritrovo, lungo la siepe che costeggia il laghetto, lungo il pensiero che stavolta lo giuro, se qualcuno mi ferma alzo la gonna, e scopro la tetta prima che l’auto parta, prima che arrivi dall’altra parte del ponte, e si giri e mi guardi che valgo la pena.

Sally ogni tanto mi guarda schifata, perché la strada che faccio ha una meta ed un senso, e questo tronco di pino non è di suo gradimento, perché nessun cane finora ci ha fatto i bisogni. Alle volte si ferma alle volte si impunta, perché da lontano un altro cane l’aspetta, mentre delusa la trascino e la tiro, perché per me non c’è un maschio altrettanto, uno stereo acceso con la macchina aperta, un motore al minimo che fermo m’aspetta.

Cammino lungo i bordi più chiari, di un tramonto rossiccio che lentamente scolora, e si sa che alle volte quando meno l’aspetti, un uomo si ferma e timido chiede, di fare due passi perché non sopporta, che un’anima sola non trovi nessuno, per parlare di sé e confessare i suoi danni, per parlare di tutto senza dire poi niente. Ha la faccia bonaria e gli farei solo male, nel dirgli che lavoro e per questo cammino, e il buco alla calza non è fatto d’incuria, ma serve per confondere acque e sirene, che mi girano intorno e cercano russe, comunque straniere clandestine e puttane, perché le italiane lo fanno a casa nel letto, e sono più belle discrete e signore.  

Mi dice che abita proprio di fronte, mi indica l’edera e il tetto spiovente, e mi dice che cerca una donna discreta, che metta ordine e senso alla vita, poi gioca col cane fa due passi e si ferma, mi raccomanda di passare alla larga, perché questo viale è infestato di donne, di puttane che battono sfrontate e sicure, e chiedono prezzi esagerati e più alti, di qualsiasi posto di notte per Roma.

Come è possibile che non s’accorga di nulla, che sono come loro ma non chiedo poi tanto, e come è possibile che è bastato un cane, per farmi apparire come signora per bene, ma poi lo so che non è Sally, che m’atteggio soltanto ad essere ciò che non sono. Sorrido pensando che da quando sono qui non ho mai fatto l’amore, e sorrido cercando di nasconderlo illusa, come ora m’illudo d’aver trovato il mio primo cliente, e lui di rimando mi offre un caffè nero bollente, su un divano di fiori al terzo piano di fronte. Non so che fare lo guardo ed accetto, nella speranza che non sia solo un invito gentile, perché m’ha vista da sola e non ci pensi nemmeno, che in un secondo momento possa chiedermi quanto.

Quando un uomo è davanti a una donna, parla sempre al passato di altre, di bionde che l’hanno fatto impazzire, di una mora più anonima e senza colore, che ancora lo chiama nonostante dei figli, ed un marito geloso che le soffoca l’aria. Basterebbe questo per farsi pagare, perché davvero fa meno fatica, fare l’amore distesa in un letto, che ascoltare ricordi patetici e insulsi.

La casa è piccola ma in completo disordine, penso davvero che gli servirebbe una donna, lui si scusa ma lo vedo a suo agio, mi da del tu e del lei e cerca un appiglio, per essere gentile e per dimostrarmi, che posso stare tranquilla e non c’è altra intenzione, che bere un caffè e parlare di niente, quel tanto che basta per passare mezz’ora. Ma io non voglio stare tranquilla! Sapesse che sto cercando ben altro, proprio il momento ed il posto per non esser sicura, e quel divano la meta oppure nel bagno, dove ho lasciato libera Sally, e dove ripasserei il mio trucco di fresco, se fosse gradito durante l’amore.

Ma lui eccolo qui che cerca una tovaglia pulita, e mi dice che il caffè ha un gusto diverso, quando si prende accanto ad una donna, con gli occhi di cielo e i capelli di grano, come me ora che cerco tra i tanti, un viso ammiccante per fargli capire, che oltre i miei occhi c’è altro che aspetta, per farsi apprezzare e non solo i capelli!

Se sapesse davvero, se invece scoprisse, che queste gambe che leggere accavallo, vorrebbero quello che lui ora pensa, perché lo vedo che ogni tanto le sbircia, e i suoi occhi ristanno dove madre natura, mi ha fatto un seno da tana e da culla. Se avessi soltanto un po’ di coraggio, se fossi almeno un poco più esperta, fingerei d’aver caldo e mi toglierei la giacca, e lui scoprirebbe che sotto non porto, che due ciucci di carne adatti alla bocca. Gli dimostrerei davvero che non sono uscita, per un caffè che tra l’altro non mi farebbe dormire, se fossi più esperta di mani di dita, accorcerei questo tempo questa distanza profonda, che mi fa più signora e quasi italiana, e lo fa uomo per bene che fa la corte ad una donna.

Se fossi più esperta, esperta di gambe, lascerei questa gonna alzarsi da sola, fin dove è più chiaro che le mutande che porto, hanno un senso stasera se qualcuno distingue, il ricamo davanti ed filo sottile, che dietro scompare e mi fa femmina bella. Ecco adesso ci siamo, l’argomento è di quelli che non consente più dubbi, che all’amore quello vero non ci credo da tempo, e il sesso che faccio non passa mai dalle parti del cuore. Lui mi guarda mi scruta dal seno alle gambe, ed ora m’illudo che lo stia pensando, di dare un prezzo ad ogni curva che vede, o che vedrebbe più chiara se arrivasse l’offerta.

Invece si alza va in cucina e mi chiede, se gradisco ancora un’altra tazza bollente, proprio nel mentre stavo pensando che una spallina che cala fa sempre il suo effetto. Ora è tutto è più chiaro, non valgo neanche un ipotetico prezzo, che per quanto ne sappia ancora non dico, a lui che ritorna e si siede vicino, mi stringe la mano e mi guarda negli occhi, che se sento caldo posso levarmi la giacca, che se sento freddo posso liberarmi di tutto.

Allora ha capito! Ma perché non mi chiede quanto faccio stasera, una quarta di tette con annessa la bocca, che per quanto sudate hanno un prezzo più alto, delle stesse gustate sotto un pino di fretta. Ma penso che forse abbia ragione, che se mi togliessi la giacca e pure la gonna, vedrebbe una donna senza un filo di grasso, e potrebbe perfino raddoppiare l’offerta! Ne bastano solo davvero cinquanta, in unico taglio o cinque da dieci, che scivolano intatte nella tasca sinistra, o tra i miei seni dove almeno è più chiaro, cosa m’ha spinto a salire qui sopra. Anche se poi la lampo si ferma, anche se poi maldestra s’impiglia, sopra qualche dentino e non scende più oltre, anche se continua a parlarmi della bionda di Oslo, che ora ha due figli ed ogni tanto le scrive, che vorrebbe vederla e farci l’amore, e la mora di Roma che non sente da tempo, ed è bella anche senza un filo di trucco, con il sorriso innocente e l’aria distratta.

Basterebbe ben poco solo cinquanta, che scivolano leggeri dentro la borsa, che lui apre furtivo e sorpreso s’accorge, degli arnesi che uso per fare il mestiere, e sicuro ritorna senza più dubbi, che quello che voglio è quello che paga, e quello che vuole non è l’anima intatta, ma qualcosa di esterno che vede e che tocca. Basterebbe ben poco e non ci sarebbero dubbi, che queste mie mani non sono d’amante, o signora che ammazza la solitudine e il tempo, o di donna infedele scappata dal guscio, di figli e marito che l’aspettano a casa.

Mi ha tolto la giacca mi ha alzato la gonna, scavallo le gambe per fargli rendere conto, che quello che vede è il posto più caldo, la culla la tana per passarci un inverno. Mi tocca e mi gira mi volta e mi prende, dove la pelle si spacca e si sente il risucchio, lo trattengo decisa ma poi lascio che vada, sicura che a breve farà la sua offerta. Ora è sotto e di fianco ora sopra che preme, tralascia che sola mi muovo alla voglia, che sale e che penso di poterla fermare, che sale e che penso di dirgli che oltre, c’è una borsa una tetta una tasca che aspetta, che sono cinquanta ed è un prezzo da strada, che in casa m’han detto si chiede anche il doppio.

Ecco forse ha capito! Si ferma mi guarda e tocca le tette, mi vuole più nuda perché sono bella, perché tra le gambe c’è un mondo che giura, che nessun’altra nel tempo l’ha fatto impazzire, come me ora che spalanco le gambe, come me ora che gli lascio il passaggio, senza il ricamo e la trasparenza davanti. Mi chiama ed urla che sono bella davvero, che il mio sesso è un valico d’alta montagna, che è un fiume un ruscello perché sente il piacere, ed io ho poca forza per resistere ancora. Ecco ora è il momento! Lo sento che pensa e tra poco mi chiede, se sono cinquanta a tagli o intere, che è un prezzo onesto per mezz’ora soltanto, per una russa stupenda senza tanta esperienza.

Chiudo gli occhi ed aspetto, ma quello che sento non sono parole, non sono cinquanta o anche di meno, è qualcosa di intenso che sciama e che cola, che sale e che scende si ferma e riparte, e mi cerca e mi trova dove è forte l’istinto, in un boato gli urlo di andare più oltre, nel fondo che ora lo reclama più maschio, nel punto che ora m’annienta il respiro, il pensiero più fiacco che svanisce nel nulla.

Mi dice che devo urlare con forza, perché lui ha capito e non ci sono più dubbi, che sono una moglie in cerca d’orgasmo, perché un uomo così non lo trovo ogni giorno, che m’abborda per strada con un buco alla calza, e gentile mi prega di salire su in casa, e mi offre un caffè e mi cura nel punto, dove crede davvero che c’è tanta astinenza. Affonda e risale e raddoppia la forza, mi volta e mi prende senza che sento lo stacco, mi sembra più esperto di quanto pensassi, gli urlo invasata di finirmi al più presto, d’assestarmi deciso l’ultimo colpo. D’improvviso si ferma mi guarda ed aspetta, gli chiedo il motivo perché si trattiene, lo imploro che manca davvero un bel niente, mi sussurra discreto che tutto ha un prezzo, mi dice che forse non ho ancora capito, che se davvero lo voglio che finisca il servizio, basterebbe davvero un cenno con gli occhi, basterebbe ben poco davvero cinquanta.

 

 

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