Scorre la notte umida ed afosa, scorrono i giorni senza un alito di vento,
guardo il gelso antico appena piantato, vicino al recinto in una terra non
sua, dicono che seccherà, ma ha foglie folte e più verdi, ha ombra fresca
da offrire, ad ogni viandante che sale quassù. Tutti i giorni lo annaffio,
ne accarezzo le gobbe, di croste raggrinzite di anni e di pioggia, di
vento e di sole passati in filare al limitare di campi di grano e di
maggese; tutti i giorni lo annaffio perché l’estate riarsa non ne bruci le
gemme a forza rinate dalle deboli radici strappate.
Scorre buia la notte, non ha forma e colore, né voce, ma la guardo e
l’ascolto sapendo ugualmente che esiste là fuori, oltre il vetro senza
persiana, oltre il confine di siepe d’alloro, dove ho costruito questa
casa di mattoni e sudore, di intonaco bianco e grondaie di rame. Siedo
sugli scalini di legno di olmo sapendo che è solo questione di ore, una
luce leggera comincerà a spandere colore alla terra, ai profili grigiastri
dei seni dei colli, d’arancio tingerà l’orizzonte e la palla del sole
salirà veloce ad accecarmi gli occhi.
Io ti amo penso, ti amo sempre. Ti annullo in altri uomini, con mio
immenso piacere. Mi ubriaco di baci diversi e di vino. Temo di diventare
folle, se sapessi cos’è la follia, se sapessi cosa fa una donna pazza.
Forse fa le stesse cose che faccio io, ma penso di non esserlo mai stata.
Ma tu lo vuoi, vero? Tu imperterrito, uomo testardo. Tu, dolcissimo
sorriso di traverso che non ricordo. “Non ti cercherò più!” Mi dico, ti
dico, mi prometto e ti giuro. Ma ti cerco in altri baci, in altre carezze.
Mangio poco, pochissimo. In compenso bevo, come non avevo mai fatto.
Scorre la notte, scorre buia e cupa la notte, penso a te, a tua moglie, ai
tuoi figli, al danno che ti farei, al dolore vero che hai dentro, che ti
allontana da me, che deve essere pure lasciato libero di vivere perché tu
compia quello che devi. Penso ai giorni che verranno e mai ci vedranno
insieme, penso al silenzio e sono pure felice. A volte ragiono come vedi,
ma ormai sono solo barlumi, lampi tenui di luce senza coda, come il giorno
a febbraio da queste parti!
Penso ai giorni in cui guardavo da lontano le cime dei tuoi monti
imbiancate e pensavo: "Avrà freddo?" A quando a volte sentivo il vento
ululare e nuvole grigie addosso e pensavo dove sarà? Quale strada
percorrerà, in quali e quanti guai si sarà cacciato? E poi al sole. Il
sole che indorava la terra, già splendida dei suoi colori, in quel
periodo. I colori dell’autunno. I miei colori!
Quell’anno le piante avevano mantenuto le foglie ed era un’esplosione di
toni gialli e rossastri. Ti struggevano l’anima. Mi struggono l’anima.
Là fuori c’è tutto quello che ho costruito. E’ buio e non vedo, ma ho
fatto tutto io. Ti volevo solo vicino, mi bastava che tu fossi qui. Anche
se poi ogni tanto andavi via, lo sapevo, mi rabbuiavo, ma capivo. Io
sapevo che lei non sapeva, nonostante tu mi rassicurassi, sapevo che non
ne avresti mai avuto il coraggio, ma mi bastava quello che mi davi, quell’amore
anche se clandestino, anche se intermittente.
I roseti rampicanti invadono la rete. Colori forti rompono gli spazi.
Presto ci sarà un profumo intenso di rose e di gelsomino e sarà il profumo
della mia vita, della mia anima, sempre solitaria e sola eppure tenera.
Sento il tuo silenzio da lontano e la mia voce da dentro, sicura, serena.
E t’amo, t’amo sempre e non ti cercherò più! Non mi vedrai più sola! Non
mi vedrai sola. Mai per te. Mai più. Lo ripeto monotona e lenta per
calmare le parole che salgono da dentro con cui vorrei spiegarmi e
spiegarti una vita che all’improvviso ha avuto bisogno di te, che t’ha
incontrato per caso dicevi, per destino ripetevo. Ma non sono pentita sai,
vorrei rifare quella strada e rivederti con l’auto in panne. Ti vedevo
anonimo, ma ero già consapevole che non avrei fatto altri due passi senza
di te.
Ho chiamato Ernesto il figlio di una mia cugina, poverino ha cercato di
far ripartire la macchina senza riuscirci. Era tardi ormai, il sole era
andato, ma ridevi, ridevo…
Un pasto caldo non si rifiuta a nessuno, mi imbrogliavo. Sono sposato mi
hai detto, non me ne frega nulla ho pensato, quando stringendo gli occhi
ho sentito quel bacio, caldo, bollente, quelle mani. Dio quelle mani,
fuori e dentro me. Quella tavola appena apparecchiata, pasta con i
carciofi e vino rosso. Già è patetico ricordare! Mi ripeto monotona e
lenta fino a scolorire il dolore fitto dei ricordi che mi attraversa le
spalle, che mi stringe il petto e soffoca il respiro. Non mi vedrai più
sola e questa casa bellissima è la mia.
Non so più quanto tempo sia passato, quante volte sei andato e tornato, ma
mi riempivi l’attesa ed io stavo bene, fino a quell’ultimo pomeriggio di
una lunga estate, fra i monti, fra erbe che stavano rinsecchendo e che non
saprei ritrovare. Ti sto riascoltando sai, seduto sugli scalini di olmo,
con quel tuo intenso raccontare e raccontarti, con quel tuo sorriso
soffuso, gli occhi distanti nel futuro che dicevi era l’oggi, le nostre
mani intrecciate davanti al tramonto, le bocche sorprese a riempirsi
dell’anima dell’altro.
Scorre, scorre la notte e t’ amo e t’amo infinitamente, le gambe sfinite
da un altro uomo. Ieri, è stato ieri. Anzi stanotte. Non credevo fosse
così facile abbandonarsi al piacere, gridare, gridare e sentire che in
fondo, un uomo che entra è un uomo soltanto, un uomo che poi esce chiude
solo una porta. Mordeva, mordeva anche lui, mordeva il mio sesso, le
labbra il mio seno, ma non eri tu. Ero bella sai, bella almeno lui diceva,
dentro questa casa, in cucina, in sala da pranzo. Dentro il nostro letto,
dentro questa casa mia, ero bella per lui, per me, per te, perché tu hai
voluto perdermi ed io ti sto accontentando. Giorno dopo giorno…
Ti accontenterò ogni sera che si rabbuia, quando cala il tramonto e fa
male, dentro questa casa mia, dentro la mia anima, che s’adombra e si
ribella. E ci saranno altri uomini, ho giurato mai lo stesso, tanti, tanti
per non farne uno! Per non fare la tua faccia che rimarrà unica, la sola.
Ci saranno altre voci, la tua non tornerà più, eppure ce l’ho dentro,
lenta, monotona, a cantilena. Le tue risate, i tuoi racconti che ogni
tanto rileggo, quali mi hai chiesto, a caso ti ho risposto, ma sai che non
è vero. Mangio, divoro e rileggo i nostri, quelli che hai scritto qua
accanto a me, per me, vedendo il gelso, potando le rose. Mi manca sai quel
tuo modo di guardarmi, di spogliarmi vestita, quel tuo viso stretto,
dissonante e ruvido.
Ti amo infinitamente, t’amo.
Strappo erbacce dal mio campo e mi pungo e tu sei la ferita, la terra in
cui affondo le mie unghie. Tu sei lì, sei la mia terra, il mio cuore, la
mia anima. Tu sei il respiro profondo al mattino, quando esco a respirare
l’alba e a toccare il sole. Tu sei il gelso che si difende, tu sei il pero
che non si decide, quella rosa gialla di fuori stagione, quelle tegole
accatastate, la grande magnolia piantata insieme. Tu sei lì
immancabilmente, tu sei me.
La notte avanza, il buio è schiarito, tante stelle e ancora terra nera,
desidero dormire. Sfinita e femmina desidero dormire. Sola nella notte
come sempre. Io e il buio, il freddo e le stelle e terra nera.